Il bond ENI rende meno del BTp, la corsa ai corporate premia il debito privato

Il bond ENI emesso ieri a 15 anni offre un rendimento inferiore a quello del BTp di pari durata. E non è l'unico caso per il colosso energetico. Anzi, la corsa ai corporate bond premia il debito privato, in un certo senso guardato con meno sospetto di quello pubblico italiano.

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Il bond ENI emesso ieri a 15 anni offre un rendimento inferiore a quello del BTp di pari durata. E non è l'unico caso per il colosso energetico. Anzi, la corsa ai corporate bond premia il debito privato, in un certo senso guardato con meno sospetto di quello pubblico italiano.

Ieri, in Italia sono state realizzate due emissioni obbligazionarie a 15 anni. Una da parte di Exor, la holding di casa Agnelli, che ha lanciato un bond da 300 milioni di euro e scadenza 14 ottobre 2034, esitando un prezzo medio di 99,725, a fronte di una cedola annua dell’1,75%, per cui il rendimento offerto si aggira in area 1,77%, circa 35 centesimi in più dell’omologo BTp.

L’altra da 750 milioni è stata di ENI, sempre bond a 15 anni con scadenza 11 ottobre 2034, ma cedola 1% e prezzo a 99,392%, pari a un rendimento annuo di circa l’1,05%, qualcosa come 37 centesimi in meno del BTp di pari durata.

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Sinora, siamo stati perlopiù abituati a pensare che i titoli di stato all’interno di un’economia fungano da “benchmark”, un po’ come i Bund per i bond governativi nell’Eurozona. In un certo senso è vero, ma non sempre, anche perché i BTp non godono di un buon giudizio da parte delle agenzie di rating, essendo classificati a pochi passi dall’area “junk” o “spazzatura”. Invece, il Cane a sei zampe spunta rating pari ad “A-” per S&P e Fitch, “Baa1” per Moody’s, decisamente superiori a quelli sovrani italiani.

Non deve stupirci che una società privata, pur controllata dallo stato come nel caso in esame, riesca a spuntare sui mercati condizioni migliori del Tesoro. E quella di ieri non è stata un’eccezione. La stessa ENI vede oggi offrire appena lo 0,50% lordo per un’obbligazione con scadenza gennaio 2029, qualcosa come quasi 30 centesimi in meno del BTp di pari durata. E sulla scadenza a 6 anni, rende appena lo 0,22%, circa la metà del BTp.

Fuga verso il debito privato

Queste cifre riflettono sia una relativa sfiducia dei mercati verso lo stato italiano, sia la corsa in atto verso il corporate, che a sua volta beneficia della caccia al rendimento scatenatasi negli ultimi mesi con l’ulteriore allentamento monetario delle principali banche centrali. Poiché i titoli di stato nell’Eurozona, ma non solo, offrono rendimenti negativi fino alle scadenze medio-lunghe (i Bund lungo l’intera curva) e sostanzialmente nulli per il resto della curva, bisogna spostarsi sul comparto privato, dove si stanno restringendo gli spread tra “investment grade” e “high yield”, segno che, pur di mettere in portafoglio qualcosa che non infligga perdite, l’investitore ormai si mostri disposto ad assumersi rischi crescenti.

La fuga verso il corporate riflette anche l’annuncio della BCE sul ripristino degli acquisti di assets dal prossimo mese, tra cui di obbligazioni private con rating IG. E anche in considerazione di ciò, il mercato sconta minori rischi per le società, vuoi perché i tassi a zero mantengono condizioni macro positive, vuoi anche perché riducono il costo del rifinanziamento dei debiti e di fatto tengono in vita anche soggetti altrimenti in serie difficoltà finanziarie. Chiaramente, si sta correndo il rischio di sottovalutare le criticità, specie per le “high yield”. Infine, i mercati scontano probabilmente anche minore volatilità per le obbligazioni private rispetto a quelle sovrane, con queste ultime a risentire in Italia delle continue fibrillazioni politiche.

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