I segnali dal mercato USA sui nuovi possibili tagli dei tassi Fed

Il Treasury a 10 anni è sceso lunedì a un rendimento dell'1,38%, perdendo mezzo punto percentuale quest'anno. Giù verso l'1,80% il titolo a 30 anni. Il mercato inizia a scontare ulteriori tagli dei tassi negli USA.

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Il Treasury a 10 anni è sceso lunedì a un rendimento dell'1,38%, perdendo mezzo punto percentuale quest'anno. Giù verso l'1,80% il titolo a 30 anni. Il mercato inizia a scontare ulteriori tagli dei tassi negli USA.

Lunedì, il panico da Coronavirus ha fatto scivolare il rendimento del Treasury a 10 anni fino all’1,37% negli USA, in prossimità dei minimi storici. E nel frattempo sono precipitati anche i rendimenti del trentennale, scesi fino all’1,81%, segnando un nuovo record minimo. Giù anche la scadenza a 2 anni, che è arrivata a sprofondare fin sotto l’1,24%. La corsa degli investitori verso gli assets sicuri continua a premiare i titoli del debito americano. Stavolta, però, i segnali che arrivano dal primo mercato sovrano del mondo vanno nella direzione di farci prevedere che la Federal Reserve torni a tagliare i tassi USA. Vediamo perché.

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Anzitutto, le stesse previsioni del mercato ci dicono questo. Secondo CME Group, per il resto dell’anno gli investitori si attendono adesso due tagli da 25 punti base ciascuno, ovvero che il costo del denaro venga abbassato dall’istituto all’1-1,25%, giù dal range attuale dell’1,50-1,75%. In effetti, se guardate ai rendimenti a 2 anni, vi accorgerete che siano scesi ormai ben al di sotto del tasso Fed, mentre a gennaio risultava ancora sostanzialmente allineato con esso.

Il rendimento a 2 anni tende a segnalare le aspettative del mercato sul livello dei tassi, essendo la scadenza più corta tra i bond ultra-annuali. In un certo senso, possiamo considerarlo un buon anticipatore delle azioni di politica monetaria. Che cosa succederebbe, se stavolta inviasse un falso segnale e la Fed si attenesse scrupolosamente alle sue indicazioni sin qui esternate, secondo le quali la politica monetaria americana sarebbe appropriata, dato il contesto macro? I rendimenti del tratto a breve della curva tornerebbero a salire, mentre quelli del tratto medio-lungo, essendo legati perlopiù a fattori come l’inflazione e la congiuntura domestica e internazionale, resterebbero intorno ai livelli attuali.

Il rischio di una curva invertita

Questo fenomeno creerebbe seri problemi, perché provocherebbe l’appiattimento totale, se non l’inversione definitiva della curva sovrana USA. Già oggi, il T-bill a 3 mesi supera di una dozzina di punti base il rendimento a 10 anni, sostando solamente a una trentina dal trentennale. Una curva totalmente invertita spingerebbe la prima economia mondiale verso la recessione. Non è un fatto condiviso tra analisti ed economisti, ma ogni volta che gli USA hanno ripiegato negli ultimi decenni, la curva dei Treasuries si era invertita nei mesi precedenti. Per alcuni, ne sarebbe stata la causa, per altri semplicemente un segnale.

Ad ogni modo, il solo fatto di creare le condizioni perché venga inviato un segnale captato dal mercato come qualcosa di negativo induce la Fed alla prudenza. Il governatore Jerome Powell non può essere “market dependent”, ma è accertato che guidi una banca centrale che non punta nemmeno a contrariare troppo il mercato, il quale a sua volta ripone massima fiducia sulle mosse della stessa. E sappiamo anche un’altra cosa: a fine anno si terranno le elezioni presidenziali e per il rinnovo di gran parte del Congresso. In genere, la Fed si guarda bene dall’alzare i tassi in un’annata elettorale come questa, così come di creare scompiglio con mosse azzardate.

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Il taglio dei tassi per Powell non sarebbe semplice da far digerire a tutti, perché rischierebbe l’accusa di favorire il presidente uscente Donald Trump nella corsa per la rielezione. D’altra parte, Trump lo griglierebbe nel caso contrario, accusandolo di sabotare l’economia americana. E nemmeno questo scenario sarebbe di per sé auspicabile. Una via d’uscita onorevole per il governatore vi sarebbe: se il Coronavirus impatterà in misura non marginale la crescita cinese e delle principali economie nel primo trimestre, continuando a tenere basse le quotazioni del petrolio, avrà trovato il modo per giustificare l’allentamento monetario, tramite i rischi al ribasso per il pil e l’inflazione USA.

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