Tassi USA fermi, cosa ci racconta il Treasury?

La Federal Reserve ha smesso di tagliare i tassi negli USA e i rendimenti dei titoli del Tesoro confermerebbero la pausa in corso. Vediamo nei dettagli i segnali.

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La Federal Reserve ha smesso di tagliare i tassi negli USA e i rendimenti dei titoli del Tesoro confermerebbero la pausa in corso. Vediamo nei dettagli i segnali.

La Federal Reserve ha mantenuto ieri i tassi USA fermi nel range 1,50-1,75% dopo l’ultima riunione dell’anno del suo braccio monetario, in sigla FOMC. La decisione sembrava scontata alla vigilia. La banca centrale americana aveva già tagliato per tre volte nel 2019 i tassi, abbassandoli cumulativamente dello 0,75%. I dati macroeconomici della superpotenza mondiale non autorizzavano un ulteriore allentamento monetario. E nel comunicato finale, scompare il riferimento alle “incertezze” che incombono sull’economia americana, mentre mutano in meglio alcune delle previsioni macro degli stessi funzionari dell’istituto.

Partiamo dai “dot-plots”, le stime sui tassi: sono attesi adesso all’1,6% per quest’anno e il prossimo (dal precedente 1,9%), all’1,9% nel 2021 (da 2,10%) e nel 2022 al 2,10% (da 2,40%). Quanto al pil, +2,2% nell’ultimo trimestre del 2019, +2% nel 2020, +1,9% nel 2021 e +1,8% nel 2022. Infine, l’inflazione: +1,6% quest’anno (da 1,8%), +1,9% nel 2020 e +2% nel 2021-’22.

Nel complesso, questi numeri ci dicono che la Fed non intravede alcun taglio ulteriore dei tassi da qui ai prossimi 12 mesi e che tornerebbe ad alzarli solo nel 2021. La politica monetaria negli USA resterebbe accomodante, tenuto conto che l’inflazione dovrebbe tendere al target del 2% da qui ai prossimi 2 anni e che la crescita dell’economia americana, pur in rallentamento, rimarrebbe tale da mantenere il tasso di disoccupazione ai minimi degli ultimi 50 anni.

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I segnali dal Treasury

E lo stesso mercato dei Treasuries invia segnali, tutto sommato, rassicuranti sulla prima economia mondiale, uscita dall’ultima recessione ormai quasi 11 anni fa. Il differenziale di rendimento tra il titolo con cedola fissa a 5 anni e quello con cedola variabile sulla medesima scadenza è salito dal minimo dell’1,24% di ottobre all’1,60% attuale, segnalando come le aspettative d’inflazione si sarebbero surriscaldate, pur rimanendo inferiori al target della Fed.

E lo spread tra decennale e biennale è passato dal -0,04% di fine agosto allo 0,18% di oggi. Pur rimanendo bassissimo, il recupero segnalerebbe come sul mercato si allontanerebbero i timori di recessione, tipicamente captati da un restringimento dei rendimenti tra le due scadenze e, soprattutto, da una discesa in territorio negativo.

E così, il Treasury a 10 anni offre oggi l’1,81%, 35 centesimi in più rispetto a inizio settembre. Del resto, l’inflazione nel frattempo è risalita al 2,1% di novembre, appena sopra il target, mentre la disoccupazione è scesa al 3,5%, tasso minimo dal 1969. Quanto al pil, l’espansione annuale è stata del 3,1% nel primo trimestre, del 2% nel secondo e del 2,1% nel terzo. Dunque, rallentamento sì, ma non ai livelli di guardia. E se le tensioni commerciali con la Cina scemassero, pur scontando le incertezze relative all’anno elettorale che sta per iniziare, la crescita potrebbe persino accelerare, per quanto si avvertono segni di stanchezza sul fronte degli investimenti interni e sul fronte fiscale appaiono improbabili nuovi sostegni nell’immediato all’economia, dato che il deficit già si attesta al 5% del pil.

La bassa disoccupazione dovrebbe sostenere i consumi delle famiglie, che compongono oltre i due terzi del pil, circa una decina di punti percentuali in più rispetto all’Italia e una quindicina e passa rispetto alla Germania. Reggeranno anche nei prossimi mesi e, soprattutto, sarebbero sufficienti da soli a schivare una recessione?

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