I rendimenti in Brasile rialzano la testa, festa finita sui mercati: ecco cosa succede

Il real brasiliano crolla ai nuovi minimi storici, mentre i bond sovrani tornano in calo a poche settimane dalla storica approvazione della riforma delle pensioni sotto la presidenza Bolsonaro. Ecco perché i capitali stanno fuggendo dal Brasile.

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Il real brasiliano crolla ai nuovi minimi storici, mentre i bond sovrani tornano in calo a poche settimane dalla storica approvazione della riforma delle pensioni sotto la presidenza Bolsonaro. Ecco perché i capitali stanno fuggendo dal Brasile.

Sono passate poche settimane dalla storica approvazione al Congresso della riforma delle pensioni in Brasile, ad appena 10 mesi dall’insediamento di Jair Bolsonaro alla presidenza. I mercati aspettavano che la proposta diventasse legge per ributtarsi del tutto sul mercato carioca dopo anni di sfiducia, ma sta accadendo il contrario.

I rendimenti stanno rialzando la testa, con il bond decennale ad essere salito di mezzo punto percentuale al 6,88% e il biennale di circa 45 punti base al 5,16% da inizio mese, pur restando nettamente più bassi dal 9,12% e 7,35% rispettivamente dei livelli di inizio anno.

E il tasso di cambio è scivolato ai nuovi minimi storici, perdendo ieri un altro circa 0,70% e portandosi a oltre 4,2550 contro un euro. Il deprezzamento del real è stato quest’anno di quasi il 13%. Strano che la fuga dei capitali stia avvenendo in concomitanza con l’avvio dell’attuazione della riforma previdenziale, i cui risparmi attesi per il bilancio statale ammontano a 800 miliardi di real in 10 anni, circa 170 miliardi di euro. E se il ministro delle Finanze, Paulo Guedes, si dice non preoccupato delle fluttuazioni del cambio, è evidente che qualcosa stia andando storto. Cosa?

Con riforme di Bolsonaro in Brasile rendimenti ai minimi storici

A ottobre, le partite correnti hanno segnato un disavanzo di 7,9 miliardi di dollari, ben superiore alle stime. Esso risulta alimentato dal calo delle esportazioni, particolarmente verso l’Argentina. I mercati stanno temendo che le tensioni politiche in tutta l’America Latina finiscano per rallentare i tassi di crescita non solo delle economie coinvolte, ma dello stesso Brasile, prima economia del continente, commercialmente integrato con i paesi limitrofi. Ma c’è ben di più a destare dubbi tra gli investitori: se brucia persino il Cile, esempio di economia avanzata, liberale e stabile, non è per caso che rischi pure il Brasile di ritrovarsi con una protesta diffusa in casa?

Timori sul contagio delle tensioni

Si teme che l’agenda riformatrice di Bolsonaro, che pure ad oggi ha sostenuto gli acquisti dei titoli obbligazionari e azionari (+18% l’indice Ibovespa quest’anno), subisca un brusco rallentamento, se non una vera e propria sospensione, a causa delle rivolte interne a diversi paesi contro le riforme economiche anche solo ipotizzate dai rispettivi governi, da ultimo quello della Colombia.

E senza riforme, il Brasile cesserebbe di attirare nuovi capitali, anzi perderebbe parte di quelli affluiti nell’ultimo anno sull’attesa per una svolta nella governance.

La crescita economica brasiliana procede a passo lento e incerto, con il pil in calo congiunturale nel primo trimestre dell’anno. Per fortuna, l’inflazione continua a scemare, scendendo al 2,5% in ottobre, la metà del tasso Selic fissato dalla banca centrale a fine ottobre, offrendo al governatore Roberto Campos Neto margini a sufficienza per ipotizzare qualche altro allentamento monetario, a patto che il cambio non tiri brutti scherzi. Il suo indebolimento innalza il costo dei beni importati e alimenta l’inflazione, potenzialmente arrestando sia il taglio dei tassi, sia la discesa dei rendimenti sovrani. Dal circolo virtuoso al circolo vizioso il passo sarebbe breve. E il Brasile stavolta rischia di pagare dazio per le tensioni in casa altrui.

Con la Bolivia brucia tutta l’America Latina

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