Con la Bolivia brucia tutta l’America Latina: proxy war tra USA e Russia-Cina

In America Latina si combatte una guerra a distanza tra superpotenze. Da un lato gli USA di Donald Trump e dall'altro la Russia di Vladimir Putin e la Cina. Bolivia nel caos dopo la fuga di Evo Morales in Messico.

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In America Latina si combatte una guerra a distanza tra superpotenze. Da un lato gli USA di Donald Trump e dall'altro la Russia di Vladimir Putin e la Cina. Bolivia nel caos dopo la fuga di Evo Morales in Messico.

La Bolivia è nel caos, in pieno vuoto di potere dopo che l’ormai ex presidente Evo Morales è fuggito con un elicottero nel Messico, accettando l’offerta di asilo politico del presidente Andres  Manuel Lopez Obrador (AMLO). Parla di “colpo di stato” ordito ai suoi danni dall’esercito l’indigeno “cocalero” che ha guidato La Paz per 13 anni.

Le manifestazioni di protesta contro i brogli certificati da organizzazioni internazionali alle ultime elezioni presidenziali non si erano placate nemmeno con l’annuncio di nuove urne a dicembre. Ma la Bolivia è solo l’ultimo degli stati dell’America Latina in fiamme.

Bolivia senza Morales: il presidente indigeno e “cocalero” in fuga

Il caso più grave resta certamente il Venezuela di Nicolas Maduro, che guarda con preoccupazione agli eventi di questi giorni, temendo che gli USA ordiscano un altro golpe per estromettere dal potere il presidente “chavista” in carica. C’è una grossa differenza, però, tra La Paz e Caracas: l’esercito venezuelano è ideologicamente schierato con il regime e la corruzione diffusa con annessa gestione delle risorse gli consente di vivere nettamente al di sopra del tenore di vita della popolazione, mentre quello boliviano non ne aveva mai condiviso la matrice marxista.

E a ottobre, l’Ecuador è esploso sul pacchetto di misure varato dal presidente socialista Lenin Moreno, che contemplava anche l’aumento del prezzo del carburante. Il cosiddetto “paquetazo” ha fatto scendere in piazza per giorni decine di migliaia di manifestanti, tra cui 8 sono rimasti uccisi negli scontri con la polizia. Il presidente ha ritirato il pacchetto, ma ad oggi non si capisce cosa contengano le riforme avanzate per fronteggiare l’aumento del debito e la crisi dell’economia.

Argentina e Brasile, strade separate

E’ di poche settimane fa il ritorno al potere in Argentina dei peronisti di sinistra con Alberto Fernandez. Il centro-destra filo-americano di Mauricio Macri è rimasto a Casa Rosada solamente per 4 anni e ha pagato la crisi economica e finanziaria in cui è sprofondata nuovamente Buenos Aires, malgrado il varo di alcune significative riforme dalla fine del 2015.

La vittoria di Fernandez sul piano politico funge da contrappeso all’ascesa alla presidenza di Jair Bolsonaro in Brasile, dove fino a poco più di un anno fa sembrava impensabile che il candidato dell’ultra-destra “trumpiana” potesse anche solo divenire competitivo nella corsa elettorale.

L’Argentina ritorna peronista, subito super stretta sui dollari

Pochi mesi prima, però, l’America di Donald Trump aveva subito la vittoria del marxista AMLO nello stato confinante al suo sud. Non che prima i rapporti tra Città del Messico e Washington fossero ottimali con l’ingresso del tycoon alla Casa Bianca, il quale tra i punti salienti del suo programma di governo ha la costruzione del muro al confine con il Messico per fermare le orde di clandestini che entrano illegalmente negli USA. Tuttavia, adesso a dividere i due paesi vi è anche la diversità ideologica.

E domenica prossima, l’Uruguay dovrà scegliere se continuare ad avere governi di centro-sinistra, mandando alla presidenza Daniel Martinez, oppure se votarsi al fronte conservatore con Luis Lacalle Pou. Nel frattempo, “brucia” l’insospettabile Cile, oasi di stabilità e progresso sin dall’era Pinochet e che nelle scorse settimane ha vissuto tempi bui, con l’uccisione da parte dei militari di 18 manifestanti nel corso di saccheggi di negozi e supermercati, avvenuti per protesta contro il rincaro dei biglietti della metro, deciso e poi revocato dal governo. Il presidente conservatore Sebastian Pinera ha promesso il varo di misure di giustizia sociale, ha chiesto scusa alla popolazione per la sottovalutazione della sofferenza diffusa e rilancia con la riforma della Costituzione.

Il segnale boliviano per il Venezuela di Maduro

L’America Latina torna centrale nell’agenda della Casa Bianca, perché è qui che si confrontano a distanza gli USA da una parte e Russia e Cina dall’altra. Mosca e Pechino tengono in vita finanziariamente, oltre che politicamente, il regime di Maduro nel Venezuela, nonostante Trump e una cinquantina di stati abbiano riconosciuto sin da gennaio come presidente Juan Guaido, prima a capo dell’Assemblea Nazionale, unico organismo effettivo rappresentativo della volontà elettorale nel paese.

I due paesi asiatici allungano sempre più le mani sul Sud America, al fine di contenere il dominio di Washington nel suo stesso continente, soffiando spesso sul fuoco dei sentimenti anti-americani. Non a caso, il ministro degli Esteri russo, Dmitry Peskov, ha definito un “golpe” quello che ha portato alle dimissioni di Morales, pur smentendo di avere avuto contatti con questi nei giorni delle tensioni di piazza.

Crisi Venezuela, ecco perché i militari e parte della popolazione restano con Maduro

Dopo avere ricongelato le relazioni con Cuba, guadagnato un grosso alleato con il Brasile e persone uno prezioso con l’Argentina, Trump deve cercare di compensare il mancato successo sul Venezuela nell’America Latina. E la Bolivia è stata un successo d’immagine non indifferente per gli USA. Le scene di un popolo in rivolta contro il suo presidente socialista, accusato di essersi trasformato in dittatore, non passeranno inosservate nel resto del continente. Potrebbe segnalare a russi e cinesi che un simile destino spetti prima o poi anche a Maduro e che sia semmai loro convenienza evitare che la sua uscita di scena avvenga in maniera cruenta. Se Morales è stato costretto alla fuga, pur lasciando un’economia in piena crescita e con tassi di povertà calanti, cosa succederà a un regime sanguinario che da anni tiene una popolazione alla fame e la costringe a espatriare in cerca di cibo?

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