Esiste un rischio rating sovrano per l’Italia e quanto impatterebbe il “downgrade” sui BTp?

Monito dell'agenzia Moody's per Italia, Spagna, Portogallo e Cipro sui conti pubblici dopo la pandemia. Ecco i rischi a cui andiamo incontro.

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Rating Italia a rischio

L’agenzia di rating Moody’s ha messo in guardia ieri Italia, Spagna, Cipro e Portogallo sui rispettivi livelli alti di debito pubblico e gli scarsi margini di manovra fiscale nel caso in cui si presentasse un altro shock. Nel suo rapporto, ha intravisto una ripresa “fragile, lenta e disomogenea” dell’Eurozona. Il campanello d’allarme è suonato forse un po’ inatteso, vista l’ubriacatura sui mercati finanziari che ci stiamo prendendo da quasi un anno a questa parte per effetto della politica monetaria ultra-espansiva della BCE.

I rendimenti dei BTp lungo la curva delle scadenze sono crollati ai minimi storici. Nell’ultimo mese del 2020, si sono mediamente attestati allo 0,25%. Grazie agli ingenti acquisti di Francoforte, il costo medio del debito di nuova emissione è sceso allo 0,59% lo scorso anno. Questo ha reso relativamente agevole per il Tesoro collocare sul mercato oltre 550 miliardi di euro di titoli di stato.

Fino a quando la BCE si terrà accomodante, l’umore tra gli investitori resterà positivo verso i nostri bond, anche per la necessità di alzare la “yield” media in portafoglio, che li spinge a puntare sulle lunghe scadenze di Spagna e Portogallo e medio-lunghe e lunghe dell’Italia. Ma non dobbiamo dimenticare nemmeno che i rating assegnati dalle principali agenzie al nostro debito sovrano sono molto bassi: BBB con outlook negativo per S&P, BBB- con outlook stabile per Fitch e Baa3 con outlook stabile per Moody’s. Per queste due ultime, basterà il “downgrade” di un solo gradino per scaraventare il rating italiano a “non investment grade” o anche in gergo noto come “junk” o “spazzatura”.

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Cosa succede se ci declassano a “spazzatura”

Un simile scenario spingerebbe i fondi d’investimento a scaricare il nostro debito per l’impossibilità di mantenerlo in portafoglio per via dei rispettivi statuti, mentre la BCE continuerebbe a comprarlo anche in virtù di una regola introdotta nella primavera scorsa, in base alla quale i titoli declassati sotto BBB- e fino al rating BB dopo il 7 aprile 2020 potranno essere acquistati fino al settembre di quest’anno.

Nulla vieterebbe all’istituto di allungare i tempi di questa eccezione o di trasformarla in una regola definitiva. Quasi certamente, Francoforte non lascerebbe il debito italiano in balia della speculazione. Troppo elevato il rischio di frammentazione per l’Eurozona e con conseguenze politiche e finanziarie destabilizzanti in tutta l’area. Aggiungiamo, poi, che le regole ordinarie le consentirebbero di acquistare i BTp fino a quando almeno una delle quattro agenzie inserite nella sua lista (S&P, Fitch, Moody’s e DBRS) mantenesse un giudizio “investment grade”.

Dall’irruzione della pandemia nel Vecchio Continente, sappiamo che è così. Prima, nutrivamo diversi dubbi sul modo in cui eventualmente l’Eurotower si sarebbe mossa in uno scenario simile. Per questo, gli spread si sono ristretti, i rendimenti sono scesi e così anche il rischio sovrano percepito, malgrado la pessima condizione economica e fiscale in cui versa tutto il Sud Europa. Ma esiste anche il pericolo di un eccessivo auto-compiacimento, cioè di sottovalutare gli allarmi lanciati dalle agenzie con riferimento ai rating. Essere un emittente “spazzatura” non solo è politicamente umiliante, ma richiederebbe alla BCE uno sforzo imponente per spegnere l’incendio sui mercati.

Ora, questo soccorso avverrebbe senz’altro, ma non sarebbe gratis, sia perché la banca centrale non può permettersi di mostrarsi benevola verso stati fiscalmente lassisti, altrimenti perderebbe di credibilità, sia anche per le pressioni che subirebbe certamente dai membri del Nord Europa, tra cui Olanda e Germania. L’Italia verrebbe sottoposta a una “cura da cavallo” per rimettersi in sesto e prima ancora che questa venisse messa in pratica, dal board si leverebbe la richiesta di procedere a una ristrutturazione del debito sovrano oggetto di aiuto con tagli al valore facciale dei titoli, delle cedole e/o l’allungamento delle scadenze. Tutti elementi contenute nelle Clausole di Azione Collettiva, che dal 2013 riguardano fino al 45% delle emissioni annuali e che non a caso con la recente riforma del MES sono state rese ancora più favorevoli agli stati, grazie alla previsione di un unico voto dei creditori per avallare la ristrutturazione.

Se non il mercato, dovremmo temere la sfera istituzionale che si muove attorno alla gestione del debito. In un modo o nell’altro, i conti pubblici non potranno restare eternamente fuori controllo.

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