BTp settembre 2049, ecco le differenze con il nuovo trentennale

Il bond del Tesoro a 30 anni emesso solamente lo scorso anno presenta diverse differenze con il nuovo "benchmark". Vediamole e cerchiamo di capire la loro origine.

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Il bond del Tesoro a 30 anni emesso solamente lo scorso anno presenta diverse differenze con il nuovo

Nel febbraio dello scorso anno, il Tesoro emise un nuovo bond a 30 anni, il BTp settembre 2049 con cedola 3,85% (ISIN: IT0005363111). Il titolo debuttò sul mercato secondario con un rendimento del 3,82%, mentre ieri lo stesso offriva “solo” l’1,92%, la metà. In effetti, quotava a un prezzo di ben 136,20, un livello nettamente superiore alla pari. La discrepanza tra cedola e rendimento ha origine nelle differenti condizioni del mercato tra i primi mesi dello scorso anno e il prosieguo del 2019. Fino alla tarda primavera dello scorso anno – grosso modo alle elezioni europee di fine maggio – i mercati si mostrarono turbolenti, specie con riferimento all’Italia, scontando rischi geopolitici e specifici ai danni dei BTp. Successivamente, il rally imponente dell’obbligazionario europeo portò i rendimenti lungo la curva nei pressi dei minimi storici.

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All’inizio di quest’anno, lo stesso Tesoro emise un nuovo “benchmark” a 30 anni, il BTp settembre 2050 e cedola 2,50% (ISIN: IT0005398406). Già vediamo la cedola nettamente inferiore del nuovo titolo e il rendimento risulta anch’esso già più basso, viaggiando ieri al 2,13%. Infatti, la quotazione si attestava in area 106. Rispetto al valore dell’investimento, la cedola netta effettiva del BTp 2049 risulta del 2,47%, che si confronta con il 2,02% del BTp 2050. Nell’immediato, quindi, il primo offre un flusso di redditi superiore al secondo.

Inoltre, il nuovo trentennale si mostra più volatile del precedente: “duration” di 21,2 anni contro 19,12 anni. Questo, perché la sua cedola è meno “pesante” e fa sì che la variazione del prezzo rispetto al rendimento sia inferiore. D’altra parte, il BTp 2049 presenta un rischio più alto del 2050 e legato al credito d’imposta potenziale maturato alla scadenza.

Chi acquistasse oggi a oltre 136 il primo, infatti, alla data di rimborso incasserebbe circa il 26,5% in meno rispetto al valore dell’investimento effettuato (36,20/136,20), pari a un minore rendimento dello 0,91% su base annuale da oggi alla scadenza.

I rischi alle scadenze

Tuttavia, su questa minusvalenza lo stato riconosce un credito fiscale pari al 12,50%, l’aliquota gravante sui proventi finanziari dei titoli di stato. Nel caso specifico, esso sarebbe pari al 3,32%. Ma questa somma andrà compensata con eventuali plusvalenze maturate entro i 5 anni successivi, altrimenti è persa. Nel caso del BTp 2050, il credito verso lo stato scende allo 0,70%, essendo molto più bassa la minusvalenza accusata alla scadenza (5,9/105,9). Poiché un credito non compensato equivale a una maggiore tassazione, di fatto per un investitore una tantum o senza titoli con cui effettuare la compensazione, il BTp 2049 rischia di rivelarsi un po’ più costoso sul piano fiscale, con un aggravio che annualizzato risulterebbe dello 0,11%, come dire che il rendimento netto effettivo sarebbe altrettanto più basso.

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Cosa accadrebbe tra un anno, se le quotazioni di entrambi i bond restassero uguali a quelle attuali? Il rendimento del BTp 2049 scenderebbe all’1,88%, del BTp 2050 al 2,12%, quest’ultimo rimanendo quasi identico, dato che la stragrande maggioranza del suo rendimento dipende dalla cedola e non dal prezzo, vicino alla pari. Esistono, pertanto, elevate probabilità che la stabilità dei prezzi risulti possibile in assenza di nuove tensioni finanziarie, consentendo agli obbligazionisti di uscire dal mercato avendo incassato cedole relativamente alte e impensabili di questi tempi con altri bond teoricamente a rischio zero.

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