BTp 2049, cedola 3,85% e prezzi record: ecco perché ancora ha senso acquistarlo

L'ex scadenza trentennale italiana ha toccato quotazioni massime dalla sua emissione e ha registrato un boom di quasi il 50% in poco più di un anno e mezzo.

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L'ex scadenza trentennale italiana ha toccato quotazioni massime dalla sua emissione e ha registrato un boom di quasi il 50% in poco più di un anno e mezzo.

In questi giorni, il BTp a 30 anni ha toccato nuovi massimi storici e il suo rendimento è sceso ai minimi di sempre. Il bond con scadenza 1 settembre 2049 e cedola 3,85% (ISIN: IT0005363111) ieri superava la quotazione di 148, offrendo così un rendimento dell’1,47%. Si consideri che il titolo venne emesso per la prima volta nel febbraio dello scorso anno e che da allora ha segnato un rialzo di circa il 48%. In effetti, allora rendeva in area 3,90%, ma nei mesi successivi iniziava il boom del nostro mercato sovrano, man mano che le tensioni finanziarie sull’Italia si allentavano e i capitali stranieri tornavano ad affluire.

Chi oggi acquistasse questo BTp porterebbe a casa una cedola ormai impensabile. Su ogni 1.000 euro di investimento nominale, essa equivarrebbe a 38,50 euro. Considerando, però, che bisognerebbe sborsare 1.482 euro, il peso della cedola scenderebbe effettivamente al 2,60% lordo. E al netto della tassazione del 12,50%, al 2,27%. Alla scadenza, poi, subiremmo una minusvalenza lorda del 32,5%, che spalmata sui quasi 29 anni di durata residua del bond, deprimerebbe il rendimento dell’1,12%.

A sua volta, sulla perdita matureremmo il diritto a un credito d’imposta del 12,50% e da usufruire entro 5 anni. Dunque, la perdita netta alla scadenza scenderebbe al 28,4%, pari allo 0,98% su base annua. Da qui, il rendimento netto dell’1,29%.

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Le prospettive rialziste

Nessuno ci costringe di tenere il bond fino alla fine. Potremmo sempre rivenderlo prima che scada, specialmente se i prezzi nel frattempo saranno saliti. In questo modo, potremmo maturare una plusvalenza, avendo goduto fino ad allora di cedole altissime per un trentennale sovrano in questa fase sui mercati maturi. La vera domanda che dovremmo porci sarebbe proprio se riusciremmo a disinvestire a prezzi almeno pari o superiori a quelli di acquisto.

Per rispondere, dobbiamo considerare che il Bonos spagnolo di pari durata offre intorno all’1% lordo, quasi mezzo punto percentuale in meno. Dunque, se il rischio sovrano percepito per l’Italia si riducesse ancora un po’, i rendimenti lungo la curva scenderebbero. E le condizioni esterne, affinché ciò si verifichi, sembrano esservi tutte. In primis, perché la crisi sanitaria persiste nell’Eurozona e costringerà ancora a lungo la BCE a mantenersi ultra-espansiva, se non a potenziare i suoi stimoli monetari. Secondariamente, i prezzi delle materie prime sono ridiscesi rispetto ai livelli toccati nelle scorse settimane, scontando incertezze sull’economia nei prossimi mesi, con Regno Unito e Francia già ad avere imposto nuove restrizioni per contrastare la diffusione dei contagi.

Fino a quando le aspettative d’inflazione resteranno così basse, non solo le banche centrali non alzeranno i tassi e continueranno ad inondare i mercati di liquidità, ma gli investitori si accontenteranno dei rendimenti attualmente offerti dall’obbligazionario. Peraltro, il trentennale tedesco viaggia ancora su livelli di rendimento negativi e ciò indurrà il mercato a spostarsi sempre più sui titoli concorrenti più remunerativi, pur assumendosi qualche rischio in più. Rischio, che la BCE sta già mitigando, monetizzando i debiti nell’area e consentendo a paesi fiscalmente deboli come l’Italia di emettere grosse quantità di titoli a costi sostenibili per sostenere l’economia.

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