Bond Venezuela, attenzione a clausola sugli interessi arretrati

Il Venezuela è in default dal novembre del 2017 e non c'è alcuna prospettiva a breve di rinegoziazione del debito pubblico. E si scopre l'esistenza di una clausola sugli interessi arretrati, che decimerebbe gli investimenti.

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Il Venezuela è in default dal novembre del 2017 e non c'è alcuna prospettiva a breve di rinegoziazione del debito pubblico. E si scopre l'esistenza di una clausola sugli interessi arretrati, che decimerebbe gli investimenti.

Nessuna novità per i creditori del Venezuela, nonostante siano passati ben 27 mesi dal default. Il regime di Nicolas Maduro aveva avviato i colloqui con gli obbligazionisti subito dopo i primi mancati pagamenti, ma si trattò di una farsa bella e buona e, soprattutto, inconcludente. Ad oggi, non esiste alcuna proposta di ristrutturazione sugli oltre 60 miliardi di dollari di bond in mano agli investitori stranieri. E Bloomberg scopre l’esistenza di una clausola abbastanza peculiare tra le pagine dei prospettivi informativi pubblicati per ogni emissione sovrana dal 2005, coinvolgendo titoli per un controvalore di circa 30 miliardi, la metà della massa totale in default.

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Cosa dice questa clausola? Se il creditore non fa reclamo entro 36 mesi per ottenere il pagamento degli interessi arretrati non corrisposti dal governo, perde il diritto di ottenerli e rischia di perderlo anche in relazione agli interessi futuri. Si definisce propriamente “clausola di prescrizione” e praticamente non esiste creditore, nemmeno istituzionale, che contattato dal quotidiano finanziario americano si sia mostrato a conoscenza della sua esistenza.

Poiché i tre anni dal default scadono a novembre di quest’anno, significa che teoricamente i creditori avrebbero a disposizione altri 9 mesi al massimo per fare reclamo e sperare di ottenere le cedole loro non pagate, il cui controvalore viene stimato in 2 miliardi. E’ evidente come una simile clausola sia stata apposta da Caracas per assegnare al governo un vantaggio sul piano negoziale, anche perché non essendo mai stata pubblicizzata, tutti l’hanno ignorata fino ad oggi e nessuno, quindi, ha compiuto i passi legali necessari per fare valere i propri diritti.

A chi fare reclamo?

Certo, bisogna ammettere che gli interessi non sarebbero forse la principale preoccupazione dei creditori, i quali rischiano di perdere l’intero capitale investito.

Questo – va bene precisarlo – va rimborsato anche nel caso in cui si perdesse il diritto agli interessi arretrati. Il punto è che il mercato stesso non nutre grosse speranze. Per quanto i titoli venezuelani non siano negoziabili da un anno esatto, a causa del divieto imposto dall’amministrazione Trump alle società e ai singoli investitori americani di acquistare assets di Caracas, sui mercati non regolamentati le contrattazioni avvengono, pur di rado, esitando quotazioni medie nell’ordine dei 10-15 centesimi.

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In altre parole, il mercato si attende un taglio nominale cruento, nonché una riattivazione dei pagamenti solo tra anni, se tutto va bene. Del resto, la situazione politica non si sblocca. Il regime “chavista” è isolato sul piano internazionale e una cinquantina di stati occidentali riconosce Juan Guaido come legittimo presidente. E qui i problemi si complicano, perché nel caso in cui i creditori volessero fare reclamo contro il Venezuela per ottenere indietro il pagamento degli interessi arretrati, sul banco degli imputati dovrebbero portare al tribunale di New York proprio l’amministrazione Guaido, quella riconosciuta dalle autorità americane, le stesse che hanno competenza sui bond venezuelani emessi sotto la legge USA.

Opposizioni divise

Ma Guaido guida un governo senza mezzi finanziari adeguati e senza controllo del territorio. Di fatto, sarebbe inutile fargli causa. E aggiungiamo che dalla clausola non si capisce bene se il reclamo da presentare entro 36 mesi debba essere di tipo necessariamente legale o possa limitarsi all’invio di una lettera di contestazione al governo. Sappiamo, invece, che l’Assemblea Nazionale guidata dalle opposizioni ha stanziato nei giorni scorsi 20 milioni di dollari per proteggere gli assets all’estero dalle pretese dei creditori, ma il legale nominato allo scopo, Jose Ignacio Hernandez, si è detto pronto a rinunciare all’incarico per via delle divisioni proprio tra le opposizioni, parte delle quali lamenta scarsa trasparenza sull’utilizzo dei fondi, non essendo chiaro per quali fini verrebbero utilizzati.

Insomma, la confusione è l’unico elemento di certezza nel Venezuela odierno. Alla luce della clausola di prescrizione, sarebbe opportuno almeno prendere carta e penna e inviare al governo-ombra di Juan Guaido una lettera di reclamo per chiedere il pagamento delle cedole non riscosse in questi anni. Sarà pure un passo inutile sul piano pratico, ma avrebbe senso nell’ottica di una rinegoziazione futura. Meglio sarebbe aggregarsi insieme ad altri obbligazionisti per fare massa, sperando che gli investitori istituzionali si stiano già muovendo in tal senso, agevolando il compito dei piccoli.

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