Bond Turchia, emissioni in lire e dollari a 10 anni e cambio tornato debole

Ankara ha collocato sul mercato titoli in lire turche e in dollari USA a 10 anni. Nel frattempo, il cambio è tornato a indebolirsi a oltre 8 contro la divisa americana.

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Turchia emette bond in lire e dollari

Ieri, la Turchia ha collocato sul mercato obbligazioni in lire a 10 anni per la prima volta dalla metà del 2018. In un certo senso, per il nuovo ministro delle Finanze, Lufti Elvan, è stato un test per verificare il grado di fiducia riscontrato sul mercato. L’uomo è stato nominato poche settimane fa dal presidente Recep Tayyip Erdogan, in sostituzione del genero e potente Berat Albayrak, dimissionario sulle polemiche per la cattiva gestione dell’economia. Il bond, piazzato per 1,497 miliardi di lire (158 milioni di euro), ha registrato un rendimento composto del 12,32%, di poco superiore a quello attualmente vigente sul mercato secondario per la medesima scadenza.

E sempre ieri, il Tesoro di Ankara ha raccolto ordini per un bond in dollari a 10 anni, scadenza maggio 2031. Il giorno precedente, aveva autorizzato tre istituti (Goldman Sachs, HSBC e Morgan Stanley) ad effettuare l’operazione. Ancora ignoto l’importo offerto, mentre si apprende che il rendimento esitato sarebbe stato intorno al 6,25%. Il bond in dollari gennaio 2030 e cedola 11,875% (ISIN: US900123AL40) offre oggi un rendimento del 5,33%, ma a fronte di una scadenza di un anno (o più) meno lunga.

Ad ogni modo, i segnali che stanno arrivando dal mercato sono misti. Dopo il forte recupero seguito alla nomina del nuovo governatore centrale, la lira turca ieri ha perso oltre il 2%, indebolendosi ai minimi da quasi un mese contro il dollaro, scambiando fino a 8,05 e finendo la seduta a 7,96. Sembra che gli investitori turchi siano tornati a vendere lire per comprare dollari e oro, approfittando dei guadagni delle prime e dell’indebolimento dei secondi.

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Le sfide della Turchia

L’inflazione turca a ottobre è salita leggermente all’11,89%.

Il presidente Erdogan, da sempre sostenitore della politica dei bassi tassi, ieri ha pubblicamente difeso la maxi-stretta del nuovo governatore, sostenendo che sia necessaria, per quanto dura. La banca centrale ha alzato i tassi di 475 punti base al 15%, la scorsa settimana.

Ma a rendere il quadro ancora più incerto ci sono le solite tensioni geopolitiche, una costante sotto Erdogan negli ultimi anni. La presenza dei militari tedeschi nel Mediterraneo per conto dell’Unione Europea ha scatenato le ire di Ankara. Si teme che Bruxelles possa adottare sanzioni contro la Turchia, date le forti divisioni crescenti che sussistono ormai praticamente su tutti i capitoli.

Sul fronte obbligazionario, le ultime sedute si caratterizzano per la realizzazione dei guadagni e la conseguente risalita dei rendimenti. Il decennale sovrano offre il 12,23%, ben più dell’11,57% a cui era arrivato mercoledì scorso. La scadenza a 2 anni è risalita al 13,61% dal 13,09% di settimana scorsa. Più che un’inversione di tendenza, siamo in presenza di prese di profitto dopo la corsa delle settimane precedenti. La sensazione è che la stretta sui tassi non sia temporanea, anche perché la banca centrale resta sotto osservazione sui mercati. E l’inflazione non può arretrare così presto dopo il -26% accusato dalla lira contro il dollaro quest’anno.

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