Apocalisse finanziario con BTp declassati a rating “spazzatura”

L'eventuale declassamento a "spazzatura" del rating sovrano dell'Italia avrebbe implicazioni enormi per i mercati finanziari. Non è esagerato parlare di "apocalisse".

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L'eventuale declassamento a

Il debito pubblico italiano sarebbe più rischioso di quello della Grecia, stando al Financial Times. E dato anche l’andamento dei rendimenti sovrani dei due paesi, con quelli a 10 anni dei BTp ad avere superato i livelli degli omologhi ellenici nella seduta di giovedì scorso, possiamo ben affermare che gli stessi mercati finanziari trattino i nostri bond come se fossero sostanzialmente titoli “spazzatura” del tutto simili a quelli di Atene.

Non ci addentriamo sulle ragioni per cui l’equivalenza tra i due mercati continua a non avere senso, il punto è che dovremmo prendere atto che questa sia l’impressione diffusa tra gli investitori. Se non fosse che i nostri BTp beneficino del “quantitative easing” e i bond della Grecia no, i rendimenti italiani sarebbero con ogni probabilità superiori lungo l’intera curva delle scadenze.

Il mercato teme il giorno del giudizio per i BTp, rischio rating “spazzatura”

Le agenzie di rating non escludono di scaraventarci negli abissi, declassando i BTp a titoli “non investment grade”, al contempo segnalando di volere promuovere i titoli greci. Cosa accadrebbe se i nostri bond non fossero più parte del comparto obbligazionario più sicuro? Già oggi, molti investitori istituzionali sono costretti a tenersi alla larga dal mercato sovrano italiano, malgrado i rendimenti appetibili, a causa del basso giudizio di cui gode. Ad esempio, la Banca Nazionale Svizzera non può acquistare un solo euro di BTp, così come nemmeno il fondo sovrano del Giappone.

Con il declassamento a “junk”, molti fondi d’investimento sarebbero costretti a rivendere i titoli italiani il prima possibile e cesserebbero di comprarne di nuovi. I prezzi dei nostri BTp imploderebbero, i rendimenti schizzerebbero e resteremmo in balia dei fondi speculativi. Il Tesoro verosimilmente sarebbe costretto a chiedere aiuto all’ESM, il Meccanismo di Stabilità Europeo, oppure a fare ricorso per la prima volta per uno stato dell’Eurozona all’OMT, il piano anti-spread messo a punto nell’estate 2012 dall’ex governatore Mario Draghi. Non è escluso che saremmo costretti a ristrutturare il nostro debito pubblico, allungandone le scadenze e magari tagliando le cedole.

Boom di bond high yield nel mondo

Ma a patire sarebbero anche i titoli azionari e obbligazionari delle banche italiane, che di BTp in pancia ne hanno per circa 400 miliardi di euro. A ruota seguirebbero i declassamenti anche dei bond di tutte le società controllate dallo stato italiano e, in generale, di quelle che hanno molto a che fare con il “sistema Italia”. La finanza internazionale dovrebbe fronteggiare un terremoto cataclismatico. I soli BTp varrebbero sui 2.030 miliardi di euro ad oggi e ad essi si sommerebbero le obbligazioni corporate italiane anch’esse scaraventate tra i “junk”. Si consideri solo che il segmento “high yield” del mercato obbligazionario più liquido al mondo – quello americano – valeva a inizio 2019 sui 2.620 miliardi di dollari, meno di 2.400 miliardi di euro al cambio attuale.

In altri termini, l’Italia da sola incrementerebbe le dimensioni del mercato “spazzatura” di un valore simile a quello corporate a rischio negli USA. La domanda non sarebbe più capace di assorbirne le emissioni e i rendimenti in questo comparto esploderebbero, rendendo inaccessibili ai mercati molte realtà aziendali, moltiplicandosi di gran lunga i casi di default. E se in una prima fase, la corsa ai porti sicuri spingerebbe verso livelli record i prezzi di titoli come i Bund della Germania e le obbligazioni di stato di Giappone e Svizzera, le cose potrebbero mutare repentinamente in peggio anche per le economie più solide. Perché?

Circa 166 miliardi di dollari di obbligazioni “junk” in America appartengono al comparto energetico. Se le compagnie petrolifere non avessero più modo di rifinanziarsi a costi sostenibili, oltre ad andare in default smetterebbero di investire, cioè di trivellare per almeno mantenere intatte le estrazioni dai pozzi attivi. Con il tempo, equivarrebbe a una riduzione dell’offerta di petrolio, cioè anche a un aumento delle quotazioni. L’inflazione tornerebbe a farsi viva e colpirebbe i prezzi delle obbligazioni più care, quelle con rendimenti reali o anche nominali negativi. Un apocalisse finanziario completo, che nessuno al mondo vorrebbe mai vivere e che tutti, in fondo, si augurano che non si verifichi mai.

Per fortuna, le stesse agenzie di rating si mostrano consapevoli di un simile scenario e forse solo per questo motivo ad oggi hanno evitato di sbatterci fuori dalla porta del mercato “prime”.

I nostri BTp già valutati come titoli “spazzatura” del Kenya, ma il peggio deve arrivare

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