Allarme Coronavirus di Standard & Poor’s per Oman e Bahrein, a rischio ‘downgrade’

Il rating di due stati del Golfo Persico sono minacciati dalla pandemia cinese. Oman e Bahrein rischiano il declassamento dei rispettivi debiti sovrani, stando all'agenzia S&P. E il sultanato verserebbe più in difficoltà.

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Il rating di due stati del Golfo Persico sono minacciati dalla pandemia cinese. Oman e Bahrein rischiano il declassamento dei rispettivi debiti sovrani, stando all'agenzia S&P. E il sultanato verserebbe più in difficoltà.

Lo storico sultano dell’Oman è morto solamente poco più di un mese fa e già il suo successore Haitham bin Tariq al-Said si trova ad affrontare la prima emergenza nazionale: l’economia. L’agenzia di rating Standard & Poor’s ha lanciato l’allarme “downgrade”, sostenendo che il Coronavirus rischia di impattare negativamente sugli stati del Golfo Persico di Oman e Bahrein, a causa dei contraccolpi che sta avendo sulle quotazioni petrolifere internazionali. Se la pandemia non dovesse essere arrestata entro marzo, spiega, queste economie ne risentirebbero duramente, quando già oggi esibiscono deficit fiscali molto alti in rapporto al pil (mediamente a doppia cifra).

Nell’ottobre scorso, uno studio del Fondo Monetario Internazionale rivelava che il prezzo del greggio di “breakeven”, cioè quello che consentirebbe di raggiungere il pareggio di bilancio, fosse di 87,60 dollari al barile per l’Oman e di 91,80 per il Bahrein. Ieri, pur in risalita di circa il 10% rispetto ai minimi toccati il 10 febbraio, il Brent quotava poco sopra 58 dollari, nettamente meno dei livelli che i due stati necessiterebbero per mettere ordine ai rispettivi conti pubblici. La condizione più difficile riguarda il sultanato, in quanto il regno del Bahrein sta compiendo duri sforzi per cercare di diversificare la propria economia.

Ci sono anche ragioni geopolitiche che depongono a sfavore dell’Oman. Perseguendo posizioni di neutralità nell’area, i vicini del golfo non sarebbero così propensi a sostenere finanziariamente Muscat nel caso avesse bisogno di assistenza, contrariamente al Bahrein, che può sempre fare affidamento su Riad, in particolare. Inoltre, l’Oman risulta assai esposto verso la Cina, con esportazioni che equivalgono a oltre un quinto del suo pil (21,7%).

Ad oggi, malgrado le tensioni registratesi sui mercati finanziari e sul greggio, non sembra ancora che il Coronavirus abbia colpito in maniera brutale le materie prime. Per questo, c’è aria di calma apparente attorno ai bond dei due paesi.

Scommettere sui bond emergenti del nuovo sultano, rendimenti fino al 7%

Bond ancora in rally

I rendimenti sovrani omaniti si mostrano tutti in calo nelle ultime settimane, sebbene il rischio teorico di default sia cresciuto. Il bond giugno 2021 e cedola 3,625% (ISIN: XS1405781342) guadagna mezzo punto percentuale quest’anno e quello in scadenza nel giugno 2026 e cedola 4,75% (ISIN: XS1405777589) mette a segno un altro 1%. Spostandoci sulle scadenze più lunghe, guadagna quasi il 4% il titolo marzo 2047 e cedola 6,50% (ISIN: XS1575968026) e il +2,3% il gennaio 2048 e cedola 6,75% (ISIN: XS1750114396). Tutti i suddetti titoli di stato sono denominati in dollari USA.

Attualmente, sia l’Oman che il Bahrein sono giudicati da tutte le principali agenzie di rating emittenti speculativi, cioè i debiti da loro emessi sono “junk” o “spazzatura”. In particolare, i bond omaniti valgono “BB” con prospettive negative per S&P, “Ba1” con prospettive negative per Moody’s e “BB+” con prospettive stabili per Fitch. Quelli del Bahrein hanno giudizio rispettivamente pari a “B+” con prospettive positive, “B2” con prospettive stabili e “BB-” con prospettive stabili. Si consideri che entrambi i paesi adottano tassi di cambio fissi, per cui non riescono a compensare con il deprezzamento valutario i cali delle quotazioni petrolifere, similmente a quanto accade all’Arabia Saudita e diversamente dalla Russia.

Probabile, però, che l’allarme di S&P venga al momento ignorato dagli investitori per via della fame di rendimento sui mercati più avanzati, che spinge a chiudere un occhio sulla qualità delle emissioni. Il punto di svolta si avrebbe eventualmente in primavera, nel caso in cui la Cina non fosse ancora riuscita a fermare il diffondersi del contagio e la produzione interna collassasse. A quel punto, l’impatto sul greggio e le altre “commodities” si farebbe sentire sul serio e queste due economie così fortemente dipendenti dal petrolio avvertirebbero più di un semplice mal di testa.

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