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Modello svedese per le pensioni tedesche: la rivoluzione di Merz scuote la Germania

Il sistema delle pensioni in Germania vira verso il modello svedese, ma il cancelliere Merz dovrà convincere i lavoratori tedeschi.
26 Giugno 2026
Pensioni in Germania, riforma sul modello svedese
Pensioni in Germania, riforma sul modello svedese © Investireoggi.it

I sondaggi sono neri, il governo federale galleggia tra una lite e l’altra tra alleati e il cancelliere Friedrich Merz avverte la necessità di uscire dall’angolo con una riforma delle pensioni in Germania sul modello svedese. Sono 33 le misure suggerite da un’apposita commissione chiamata ad esprimersi sul tema e il ministro per gli Affari sociali, la socialdemocratica Bärbel Bas è stata chiara: “o si approva tutto il pacchetto o niente”. Non sarà consentito ai deputati del Bundestag fare “cherry-picking”, perché il senso della riforma si regge sull’intero impianto. Un avvertimento al suo stesso partito, che continua a mostrarsi scettico.

Pensioni in Germania: riforma Merz

Di cosa si tratta? Il sistema delle pensioni in Germania si fonda come in Italia sulla “ripartizione” dei contributi versati dai lavoratori per pagare gli assegni correnti. Uno schema noto anche come “pay as you go”. Merz vuole aggiungervi una componente privatistica: i contributi finanzieranno in parte un fondo, che investirà sul mercato e offrirà nel lungo termine rendimenti superiori a quelli prospettati dal sistema attuale.

Poiché, come detto, i contributi non si possono toccare, in quanto servono a garantire le pensioni attualmente corrisposte in Germania, la riforma del governo prevede un loro aumento pari al 2% dello stipendio ed equamente ripartito da datore di lavoro e lavoratore. L’inasprimento sarebbe avviato nel 2028 e si completerebbe al 2031 con aumenti annuali dello 0,50%. Merz stima che ci saranno “almeno 30 miliardi di euro” di contributi ogni anno investiti, che andranno a sommarsi ai 320 miliardi già versati dai tedeschi. L’aliquota attuale è del 18,6%, ma destinata a salire al 20% per via delle pressioni demografiche.

Età pensionabile più alta

Come funzionerebbe il nuovo sistema previdenziale? La Germania continuerebbe a garantire pensioni pagate con i contributi dei lavoratori correnti, ma vi affiancherebbe un piccolo pilastro privato per aumentare gli assegni futuri. Una necessità avvertita trasversalmente tra gli elettori, a causa del basso tasso di sostituzione. In media, il primo assegno equivale ad appena il 53,3% dell’ultimo stipendio. A titolo di confronto, in Italia risulta del 79%. Anche per questo, nei mesi scorsi era passato un piano per garantire un tasso minimo del 48% fino al 2031.

La riforma di Merz aumenta in prospettiva anche l’età pensionabile, portandola dagli attuali 67 anni a 70 anni entro il 2090. Il primo aumento avverrebbe nel 2032 e dal 2041 i lavoratori attenderebbero 6 mesi in più ogni 10 anni per andare in pensione. L’età minima pensionabile salirebbe a 64 anni, mentre scomparirebbe “Rente mit 63”, ossia la misura che consente ai lavoratori di andare in pensione senza penalizzazione con almeno 45 anni di contributi e 63 anni di età. Un beneficio particolarmente fruito dalle donne e che Berlino ritiene sia diventato insostenibile tra popolazione che invecchia e bassa natalità. Un fenomeno che in Italia conosciamo benissimo.

Tedeschi da risparmiatori a investitori per legge?

L’idea di fondo del cancelliere non è solo di riformare le pensioni in Germania, bensì di trasformare gradualmente i tedeschi dal popolo di grandi risparmiatori che sono a uno di investitori. Il modello svedese consentirebbe all’economia tedesca di beneficiare di decine di miliardi di capitali ogni anno da destinare agli investimenti per potenziare il tasso di crescita.

In teoria, infatti, un fondo potrebbe impiegare i contributi degli iscritti all’acquisto di bond, azioni e altri asset. Non si sa ancora, però, chi gestirebbe la raccolta, se un fondo pubblico (si parla della Bundesbank) o se ci sarà l’apertura al mercato anche in tal senso.

Attenzione agli automatismi. Il fatto che i lavoratori tedeschi saranno costretti a pagare il 2% in più sotto forma di contributi, non implica necessariamente che quei capitali resteranno confinati in Germania. Gli investimenti potrebbero, almeno in grossa parte, finire sui mercati esteri, dove la finanza è più sviluppata e offre rendimenti medi più elevati. Alla fine, questo è il fine della riforma che nessuno può ignorare. A proposito, anche i lavoratori autonomi e i politici dovranno contribuire al nuovo pilastro, mentre i dipendenti pubblici continueranno a restare esentati.

Modello svedese

E perché si parla di modello svedese? La Svezia è nota per possedere tra i sistemi previdenziali più solidi al mondo. Sin dagli anni Novanta, il Paese scandinavo ha previsto l’istituzione di un conto virtuale individuale. Il 2,5% dello stipendio viene investito in uno tra le centinaia di fondi prescelto dal lavoratore. In caso di mancata scelta, i contributi vanno di default al fondo pubblico AP7 Såfa. Esso investe il 100% in azioni i contributi degli iscritti fino a 55 anni di età, mentre successivamente introduce una quota obbligazionaria crescente e fino ai due terzi del totale al raggiungimento dei 75 anni di età.

Questo sistema ha consentito alla Svezia di disporre di altri 3.000 miliardi di corone, circa 290 miliardi di euro. A titolo di confronto, i fondi pensione privati in Italia possedevano asset per 262 miliardi di euro a fine 2025, a fronte di una popolazione di oltre 5,5 volte più grande. Inoltre, lo stesso sistema a ripartizione, cioè il pilastro pubblico, funziona secondo uno schema più flessibile: le prestazioni ai pensionati si modificano automaticamente in base all’aspettativa di vita, all’occupazione, alla crescita economica, ecc.

Difficile attuazione in Italia

In Italia, il modello svedese sarebbe di difficile applicazione per una ragione fondamentale: non sarebbe possibile aumentare i contributi previdenziali già altissimi. A differenza della Germania, paghiamo sullo stipendio il 33% per le future pensioni, suddiviso per i due terzi a carico del datore di lavoro e un terzo a carico del lavoratore. Da anni – come dimostra l’inconcludente dibattito sul taglio del cuneo fiscale – stiamo cercando di ridurre la pressione contributiva, altro che accrescerla ulteriormente!

Pensioni in Germania: resistenze culturali e politiche

Non è detto che la stessa Germania ci riesca. Le resistenze politiche e culturali restano elevate. I lavoratori tedeschi si considerano già oberati da un livello impositivo elevato e non accetteranno a cuor leggero che dalle loro buste paga venga loro prelevata una percentuale maggiore di contributi. La sinistra crede che le pensioni debbano rimanere finanziate al 100% dalla contribuzione obbligatoria e teme che il ricorso al mercato snaturi il sistema e lo renda sempre più privatistico, iniquo e vulnerabile agli shock dei mercati. Tentare di risalire nei sondaggi puntando sul doppio pagamento, allungando l’età pensionabile e definendo i lavoratori “fannulloni” non sarà affatto facile per Merz, che si gioca insieme al suo partito cristiano-democratico l’ultima arma che gli è rimasta ormai per invertire il trend: la messa in pratica della competenza.

giuseppe.timpone@investireoggi.it 

 

Giuseppe Timpone

In InvestireOggi.it dal 2011 cura le sezioni Economia e Obbligazioni. Laureato in Economia Politica, parla fluentemente tedesco, inglese e francese, con evidenti vantaggi per l'accesso alle fonti di stampa estera in modo veloce e diretto. Da sempre appassionato di economia, macroeconomia e finanza ha avviato da anni contatti per lo scambio di informazioni con economisti e traders in Italia e all’estero.
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