I mercati sono letteralmente nel caos. Le oscillazioni quotidiane degli indici borsistici e delle quotazioni per materie prime come l’energia danno la misura della confusione che regna tra gli investitori. Un riflesso delle posizioni altalenanti e senza direzione espresse dal presidente americano Donald Trump. All’inizio della settimana, aveva prospettato l’imminente fine della guerra in Iran “entro 2-3 settimane” e senza più porre come condizione la riapertura dello Stretto di Hormuz. Ciò aveva fatto volare azioni e bond nella seduta di mercoledì, mentre le quotazioni di petrolio e gas erano crollate. Mercoledì sera, confermava l’imminente cessazione delle ostilità, ma preannunciando “attacchi durissimi” per le prossime settimane e in grado di precipitare il nemico “all’era della pietra”.
Mercati scossi da energia e imprevedibilità di Trump
E sui mercati è stato contrordine. Per l’ennesima volta. Petrolio e gas su, azioni e bond giù. L’incertezza è l’unica costante di queste settimane di guerra e non soltanto per le materie prime legate all’energia. Trump non sta fornendo indicazioni utili per far comprendere al resto del mondo cosa può o non può accadere nel breve periodo. Ed è probabile che egli sia il primo a non saperlo. Il conflitto è stato aperto con certa faciloneria e adesso la sua chiusura rischia di tramutarsi in un’umiliazione per gli USA. Inaccettabile per una superpotenza e per questo difficile da scontare nei prezzi degli asset.

Rischio stagflazione colpisce l’Europa
Il saliscendi del Brent (in euro) non prospetta alcunché di buono per l’Europa. Le quotazioni medie si aggiravano a meno di 57 euro al barile nei primi due mesi dell’anno, mentre dall’1 marzo scorso sono esplose (sempre in euro) del 51% a una media di circa 86 euro. Per un’economia che importa dall’estero la quasi totalità del greggio che consuma, un impatto allarmante. E nel frattempo, il gas europeo alla Borsa di Amsterdam tratta ad oltre +60% dai livelli pre-bellici. Per le imprese significa balzo dei costi di produzione, per le famiglie aumenti dei prezzi al consumo. Per l’economia nel suo complesso, stagflazione.

Tensioni USA-NATO accrescono l’incertezza
Le tensioni politiche tra USA ed alleati NATO europei aggravano la crisi in corso. Trump ha minacciato l’uscita dall’Alleanza Atlantica dopo essersi visto rifiutare l’aiuto per riaprire Hormuz. Il suo segretario di Stato, Marco Rubio, ha prospettato una ridiscussione dell’alleanza medesima. E questo significa che la capacità di presa dei governi europei sulla Casa Bianca, già risibile prima del conflitto, adesso non esiste neppure più. Poiché l’economia del Vecchio Continente risulta la principale esposta all’esplosione dei prezzi dell’energia, pagherà pegno prima e più delle altre, persino di chi questa guerra l’ha iniziata senza fare bene i calcoli.
Il fattore geopolitico non è meno grave. L’Unione Europea lotta da anni per salvaguardare la propria integrità territoriale dalle minacce russe. Se abbandonata dagli USA di Trump sull’Ucraina, rischia di trovarsi a combattere a mani nude. Il riarmo sarà costoso e dovrà durare molti anni prima di portare a risultati apprezzabili. Questa debolezza di fondo espone l’economia europea a possibili rappresaglie sulle materie prime, il nostro ventre molle per ragioni essenzialmente di povertà del sottosuolo. I rendimenti sovrani già iniziano a scontare questo scenario problematico.

Frustrazione negli USA per resistenza iraniana
L’erraticità delle esternazioni di Trump alimenta l’incertezza dei mercati e rende il costo dell’energia una variabile indecifrabile anche da qui a poche settimane. Come fanno le imprese a programmare la produzione, se non conoscono neppure quanto pagheranno le bollette di gas e luce? E come fanno i consumatori a programmare i loro acquisti di beni durevoli in assenza di dati attendibili sul costo della vita a breve termine? La situazione è così grave, che in tempi normali i leader del mondo libero si sarebbero seduti attorno ad un tavolo per coordinarsi e capire come muoversi. Tutto questo è diventato impossibile con le tensioni tra USA ed Europa, ormai alleate più sulla carta che nella sostanza.
L’ottimismo sulla fine della guerra alternato alle minacce sulla sua prosecuzione è anche conseguenza della frustrazione crescente nel governo americano. Si pensava che il regime islamista si sarebbe sbriciolato ai primi raid di USA e Israele contro Teheran. Non solo non è successo, ma esso ha sfoderato la vera “arma nucleare” che possedeva: Hormuz. Riuscendo ad infliggere dolore a tutte le altre economie mondiali, ha provocato il divorzio tra opinioni pubbliche e Washington. Più gli automobilisti vanno a fare benzina a prezzi alti e minore il sostegno alla guerra anche negli USA, dove un gallone ha superato ormai i 4 dollari (quasi 1,10 al litro).
Mercati incerti sull’energia, Trump non sa come chiudere la guerra
Ma la fretta è sempre pessima consigliera. Cercare di chiudere in un senso o nell’altro un conflitto sta creando volatilità sui mercati, perché nessuno è oggi del tutto capace di capire chi dopo controllerà i flussi dell’energia nel Golfo Persico o quanto durerà questo blocco delle esportazioni.
Trump alza la voce proprio per stringere i tempi e mettere pressione a Teheran nella convinzione che solo così potrà spuntare migliori condizioni possibili per gli USA. Il pareggio non sembra contemplato. Per lui finirà con un trionfo o una disfatta. Lo spettro della seconda finora avanza molto più nitido.
giuseppe.timpone@investireoggi.it