Le banche in Italia rappresentano l’ossatura del sistema del credito. Il nostro è e resta un modello “banco-centrico”, con tutto quanto ne consegue in termini di impatto per l’economia reale. Più in generale, l’Europa è così e si distingue in ciò dagli Stati Uniti, dove il ruolo delle banche per l’economia è inferiore, supplito in gran parte dei casi dal ricorso diretto delle imprese al mercato dei capitali. Ma il nostro Paese vive un vero e proprio paradosso. Quante volte abbiamo sentito affermare che i risparmi siano condizione preliminare per creare ricchezza? In effetti, senza si dipende dai flussi di capitali stranieri.
E se non sei un’economia attraente come gli Stati Uniti, non è cosa buona.
Banche in Italia a corto di credito
Il problema dell’Italia è che di risparmi nelle banche ce ne sarebbero anche troppi. Il guaio è che non tornano in circolo a beneficio dell’economia sotto forma di credito al settore privato, se non parzialmente. In attesa di conoscere i dati di marzo, l’Associazione bancaria italiana nel suo rapporto mensile sul mese di febbraio stimava a 1.877 miliardi di euro la liquidità sui conti bancari. Di questi, circa 1.200 miliardi sono sui conti correnti, praticamente liquidità pura. Altri 3-400 miliardi risultano sui conti deposito, che dire investimenti è un parolone. Trattasi, come sappiamo un po’ tutti, di liquidità vincolata per pochi mesi o qualche anno al massimo, in cambio di un interesse netto che raramente supera il tasso d’inflazione.
Confronto con Francia e Germania
In rapporto al Pil, i depositi bancari delle famiglie italiane valgono all’incirca l’80-90%.
Questa è una percentuale relativamente elevata nel confronto internazionale. In Germania non si va oltre il 60%. Non perché i tedeschi non risparmino, semmai puntano molto più di noi sulle polizze assicurative. D’altra parte, la storia non è neutra: noi italiani inventammo le banche nel Basso Medioevo, mentre i tedeschi furono gli artefici delle assicurazioni sin dall’Ottocento. In Francia, i risparmi in bancari valgono fino all’80% del Pil. Anche i nostri cugini hanno un sistema banco-centrico, pur caratterizzato da istituti più grossi, solidi e finanziarizzati dei nostri.
| Paese | Depositi / PIL |
|---|---|
| 🇩🇪 Germania | ~55–62% |
| 🇫🇷 Francia | ~7080% |
| 🇮🇹 Italia | ~80–90% |
Prestiti al settore privato bassi
Ora, diffidate da chi vi dice a prescindere che la liquidità depositata presso le banche italiane sia “eccessiva”. Ogni individuo ha le proprie preferenze in fatto di consumi e risparmi. L’impiego di questi ultimi dipende spesso dalla propensione al rischio, che a sua volta è strettamente connessa all’educazione finanziaria. Se non conosco il funzionamento di un prodotto, non mi fido e non ci investo. L’Italia è in fondo alle classifiche internazionali per conoscenze in ambito finanziario. C’è molto da fare e fintantoché le istituzioni non capiranno che questo generi un problema macroeconomico, non ne usciremo mai fuori.
Tuttavia, è vero senz’altro che esiste un parametro per individuare una condizione di eccesso di risparmio parcheggiato presso le banche d’Italia: l’ammontare del credito erogato. Sempre a febbraio, al settore privato risultavano concessi 1.432 miliardi di euro. Rappresentano appena il 76,3% dei depositi e includono i pronti contro termine, che non sono prestiti nel senso classico del termine. In pratica, da molti anni a questa parte le banche italiane prestano meno denaro di quanto ne abbiano a disposizione. All’estero, accade il contrario: in Francia erogano a famiglie e imprese una media del 95% del Pil, in Germania quasi dell’80%.
In Italia, siamo al 65%.
| Paese | Prestiti famiglie + imprese / PIL |
|---|---|
| 🇫🇷 Francia | ~90–105% |
| 🇩🇪 Germania | ~70–85% |
| 🇮🇹 Italia | ~60–70% |
Ragioni dell’anomalia italiana
Per essere brutali, nel nostro Paese portare i soldi in banca non serve quasi a nulla. Non ottieni interessi e non generano del tutto ricchezza sotto forma di sostegno ai consumi e agli investimenti. Il credito manca, per diverse ragioni. Il primo è stato e continua ad essere il lascito della crisi del decennio passato. Gli istituti tricolori accumularono tanti di quei crediti deteriorati da avere dovuto tagliare tutti i rami secchi. In pratica, hanno limitato le erogazioni ai soggetti più sicuri per non ritrovarsi con i bilanci devastati dalle perdite. E rispetto alle altre grandi economie mondiali, le nostre imprese si caratterizzano per dimensioni piccole, bilanci meno solidi o opachi e minore capacità di accesso ai prestiti.
Come se non bastasse, i nostri titoli di stato restano tra i più appetibili d’Europa. Offrono alti rendimenti e ciò spinge le banche in Italia a fare credito proprio allo stato: interessi sicuri, a rischio zero e niente costi di monitoraggio. I governi non possono protestare, se non di facciata. Grazie alle banche hanno la possibilità di emettere debito senza grossi problemi di piazzamento sul mercato. Ma questo va a discapito del settore privato (“crowding-out”). Vero è che proprio la condizione fragile di molte imprese le dissuade persino dal richiedere un prestito. Lo stesso dicasi per milioni di famiglie con lavori sottopagati o in nero (vedi Sud) e redditi sotto-dichiarati.
Poco credito da banche in Italia = basso debito privato
Quando ci ergiamo a maestri delle finanze personali per avere un debito privato ben sotto i livelli medi delle economie avanzate, sarebbe bene prima farsi un’idea complessiva del perché.
Siamo davvero un popolo di formiche? Lo siamo stati, ora non più. Lo dicono i dati. Mettiamo da parte una frazione di reddito inferiore agli altri stati, vuoi perché ci piace consumare di più che nelle generazioni passate e vuoi, soprattutto, perché gli stipendi non sono spesso adeguati al costo della vita. Ed ecco che a fine 2024 il debito di famiglie e imprese finanziarie scendeva al 100% del Pil contro il 205% in Francia e il 142% in Germania.

giuseppe.timpone@investireoggi.it