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Inflazione e ISEE: quando il reddito nominale cresce, ma il potere d’acquisto cala

L'ISEE può trasformarsi in un indicatore della situazione patrimoniale paradossale: il suo valore cresce con l'inflazione più alta.
24 Febbraio 2026
Inflazione e ISEE
Inflazione e ISEE © Licence Creative Commons

Che l’ISEE (Indicatore della Situazione Economica Equivalente) ci offra il più delle volte una fotografia imperfetta delle reali condizioni economiche e patrimoniali delle famiglie, è risaputo. E il discorso diventa ancora più complesso con l’inflazione. A gennaio, l’indice dei prezzi al consumo è aumentato dell’1% in un anno e dello 0,4% rispetto al mese di dicembre. Sono dati abbastanza positivi, perché segnalano una perdita contenuta del potere di acquisto degli italiani. Ma le cose negli anni passati sono andate diversamente un po’ ovunque nelle economie più ricche del pianeta. Per l’Istat i prezzi sono aumentati del 18,5% negli ultimi 5 anni.

Poiché gli stipendi non hanno tenuto il passo, moltissime famiglie risultano oggi più povere di prima della pandemia.

ISEE sotto i colpi dell’inflazione

Tuttavia, l’ISEE non capta questo peggioramento delle condizioni di vita. C’è un fenomeno subdolo provocato dall’inflazione, vale a dire l’innalzamento dei redditi nominali (ad esempio, stipendi e pensioni) senza che corrispondano a un loro aumento reale. Prendete una famiglia che oggi percepisce 2.000 euro al mese rispetto ai 1.800 di 5 anni fa. Registra nel quinquennio una crescita dell’11%, ma inferiore a quella dei prezzi al consumo. In pratica, quando va a fare la spesa si accorge di essere più povera di prima. Per lo stato, però, risulta più ricca, al punto che potrebbe perdere benefici assistenziali come bonus, borse di studio per i figli all’università, prestazioni gratuite, ecc.

Misure parziali per famiglie

Il governo è intervenuto negli ultimi anni con qualche misura “riparatrice”. Ad esempio, da quest’anno la prima casa non entra nel calcolo dell’ISEE fino a 91.500 euro.

E poiché il valore degli immobili non varia, se non eventualmente con l’aggiornamento della rendita catastale, possiamo affermare che molte famiglie in queste settimane stiano potendo ridurre le dichiarazioni ISEE, evitando di perdere qualche beneficio solo perché proprietarie di prime case. Dallo scorso anno, invece, è possibile escludere dal calcolo gli investimenti in titoli di stato e Buoni fruttiferi postali fino a 50.000 euro.

Abbiamo già spiegato quanto questo secondo meccanismo sia distorsivo della ricchezza dichiarata. Ad esempio, se investo 50.000 euro in azioni o se li tengo in banca su un conto corrente infruttifero, risulterò più ricco di chi ha investito la stessa cifra in bond del Tesoro. C’è l’evidente incentivo a finanziare lo stato, cosa che almeno in parte spiega il successo dei collocamenti per i BTp Valore e Italia. E l’inflazione crea di per sé altre distorsioni, che finiscono per penalizzare le famiglie in relazione all’ISEE.

Paradosso liquidità

Il carovita può indurre molti italiani a ridurre gli acquisti di beni durevoli. Poiché le ristrettezze pesano sui bilanci familiari, rinviano il cambio di un grande elettrodomestico o preferiscono rinunciare ad una vacanza non più alla portata delle loro disponibilità finanziarie. Tutto questo crea un momentaneo aumento della liquidità, cioè del risparmio. Non perché siano più ricchi, al contrario proprio perché sono più poveri e non vogliono fare il passo più lungo della gamba.

E cosa succede all’ISEE? Sale per effetto del maggiore patrimonio mobiliare.

Inflazione batosta per calcolo ISEE

Come se non bastasse, l’inflazione crea le premesse strutturali per essere “cornuti e mazziati” dall’ISEE. Esso considera i redditi lordi dei componenti familiari, cioè prima che questi abbiano pagato l’IRPEF e le addizionali regionali e comunali. Sapete qual è l’altro paradosso? I redditi netti con la crescita dei prezzi al consumo tendono a crescere più lentamente a causa delle aliquote progressive, fenomeno anche noto come “fiscal drag” o drenaggio fiscale. Il contribuente viene ritenuto più ricco di quanto sia effettivamente diventato, visto che deve versare al fisco più tasse di prima e a fronte persino di un calo del potere di acquisto. Diavolerie fiscali conseguenza del mancato adeguamento all’inflazione di tutte le aliquote e soglie di accesso a bonus e prestazioni. E lo stato fa cassa.

giuseppe.timpone@investireoggi.it 

 

 

 

Giuseppe Timpone

In InvestireOggi.it dal 2011 cura le sezioni Economia e Obbligazioni. Laureato in Economia Politica, parla fluentemente tedesco, inglese e francese, con evidenti vantaggi per l'accesso alle fonti di stampa estera in modo veloce e diretto. Da sempre appassionato di economia, macroeconomia e finanza ha avviato da anni contatti per lo scambio di informazioni con economisti e traders in Italia e all’estero.
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