Con il petrolio verso i 120 dollari e il gas a 70 euro per Mega-wattora, l’Europa rischia ogni giorno di più di piombare nella stagflazione. Non solo l’inflazione sembra destinata a salire sin da questo mese, ma l’economia continentale può andare incontro ad una vera “gelata”. E se la guerra in Iran si protraesse per mesi, la recessione sarebbe dietro l’angolo. In queste condizioni, poter aumentare la spesa militare come da obiettivo NATO appare poco pensabile.
Spesa NATO a rischio con inflazione
Alla fine del giugno scorso, tutti i membri della NATO ad eccezione della Spagna si sono vincolati ad aumentare la spesa per la difesa al 5% del Pil, pur non immediatamente.
L’obiettivo consiste nell’aumentare il grado di autonomia nell’ambito della sicurezza rispetto agli Stati Uniti. L’amministrazione Trump è stata chiara: ciascuno dovrà provvedere per sé, Washington non si sobbarcherà più costi per gli alleati. E paradossalmente questa imposizione conviene alla stessa Europa, che ha così la possibilità di allentare la propria dipendenza strategica dalla superpotenza.
Il 5% è un livello di spesa molto alto per Paesi della NATO abituati finora a spendere anche meno del 2%. Tuttavia, questa voce comprende anche le infrastrutture considerate necessarie sotto il profilo della sicurezza fino all’1,5% del Pil. Resta il fatto che l’inflazione rimette in discussione tutto. Già dalle prossime ore conosceremo cosa dirà la Banca Centrale Europea sui tassi di interesse. Il dato di febbraio nell’Eurozona risultava in crescita all’1,9%, appena sotto il target del 2%. Ma quella è già una foto vecchia. Con la guerra, cambia tutto.
Mercati meno generosi con governi
Le aspettative d’inflazione a medio e lungo termine stanno risalendo, pur non ancora drammaticamente. I rendimenti a medio-breve termine segnalano un aumento dei tassi già dai prossimi mesi nell’area. I costi d’indebitamento lievitano e ciò complica i piani dei governi europei. Sarà per loro più difficile ricorrere alle emissioni per finanziare aumenti di spesa in deficit come per la difesa. Tanto più che le opinioni pubbliche non accettano di tagliare il welfare per destinare maggiori risorse alla sicurezza. La NATO rischia di mancare l’obiettivo ancora prima di iniziare.
E non si tratta soltanto del Patto di stabilità, che limita il deficit al 3% del Pil. La questione è che i mercati non ci consentirebbero di compiere una simile operazione, tant’è che lo stesso problema lo avrà il Regno Unito, già il membro del G7 con i rendimenti sovrani più alti. Chi presta denaro ai governi, chiede due cose: rimborso certo del capitale e stabilità dei prezzi. Quando anche solo una di queste condizioni vacilla, i rendimenti richiesti salgono per il rischio di credito o d’inflazione.
Spettro crisi fiscale, Eurobond o meno
I membri europei della NATO non potranno permettersi di aumentare la spesa militare in deficit con l’economia ferma e l’inflazione che sale, trascinando al rialzo anche i rendimenti.
Incomberebbe, altrimenti, lo spettro di una crisi fiscale. Né gli Eurobond, ossia le emissioni di debito comune, sarebbero la soluzione. In ogni caso, si tratterebbe di drenare capitali sui mercati a discapito, almeno in grossa parte, della domanda di titoli di stato nazionali. E’ un gioco a somma zero; se i denari li raccoglie Tizio, anziché Caio, alla fine sempre quelli sono.
giuseppe.timpone@investireoggi.it