In pochi tra noi saremmo in grado di individuare con precisione la Guyana, uno stato dell’America Latina che confina con i ben più noti Venezuela ad Ovest e Brasile al Sud, oltre che con Suriname ad Est. Grande quanto i due terzi dell’Italia, negli ultimissimi anni sta attirando le attenzioni mondiali per la scoperta di maxi-giacimenti di petrolio al largo delle sue coste e che ha iniziato a sfruttare poco prima della pandemia. Il risultato è stato eclatante: Pil a +576% in appena 6 anni e quello pro-capite è salito a 31.400 dollari nel 2025, rientrando tra i livelli delle economie avanzate. La ricchezza annua prodotta è arrivata a crescere fino al oltre il 63% nel 2022 e sfiorava ancora il 25% l’anno scorso.
Petrolio in Guyana profittevole dai 30 dollari
Per quanto la povertà non sia stata ancora del tutto sradicata, stimata almeno al 18-20% della popolazione e concentrata più nelle aree interne, il boom della Guyana non sta passando inosservato. Con riserve accertate per oltre 11 miliardi di barili, ai ritmi attuali di circa 900 mila barili al giorno si può permettere di confidare sulla materia prima per almeno i prossimi 33 anni. E cosa non meno importante, riesce a fare utili con il petrolio vendendolo già da 28-30 dollari al barile. Le quotazioni del Brent sono salite sopra i 90 dollari negli ultimi giorni, prospettando per questo piccolo stato con appena 825 mila abitanti grossi profitti.
Produzione pro-capite record mondiale
A differenza del Venezuela di Hugo Chavez prima e Nicolas Maduro dopo, anche per la carenza di capacità tecnologiche, conoscenze settoriali e capitali si è affidata alle compagnie straniere per sfruttare i giacimenti.
Ha stretto una partnership con ExxonMobil per il Blocco di Stabroek, un fatto che ha agevolato la velocità delle estrazioni e dello stesso sviluppo economico locale. Il Guyana detiene un record: è il Paese con la più alta produzione pro-capite di petrolio al mondo. Rapportando le estrazioni al numero di abitanti, infatti, otteniamo un risultato di circa 400 barili all’anno, quasi doppio del Kuwait a 220 barili e secondo al mondo.
| Rank | Paese | Produzione totale (≈ bpd) | Popolazione | Barili per abitante/anno |
|---|---|---|---|---|
| 1 | Guyana | ~0,9 milioni | ~0,8 mln | ≈400+ |
| 2 | Kuwait | ~2,7 milioni | ~4,4 mln | ≈220 |
| 3 | UAE | ~4,1 milioni | ~10 mln | ≈150 |
| 4 | Norvegia | ~2,0 milioni | ~5,5 mln | ≈130 |
| 5 | Qatar | ~1,8 milioni | ~2,8 mln | ≈90–100 |
| 6 | Arabia Saudita | ~10–11 milioni | ~35 mln | ≈100 |
| 7 | Canada | ~5,7 milioni | ~40 mln | ≈50 |
| 8 | Kazakhstan | ~1,9 milioni | ~20 mln | ≈35 |
| 9 | Oman | ~1,0 milione | ~5,5 mln | ≈60 |
| 10 | Iraq | ~4,4 milioni | ~45 mln | ≈35 |
La produzione giornaliera è inferiore all’1% dell’offerta mondiale, ma a beneficiarne è una popolazione molto piccola sul piano numerico. Tanto per fare i conti della serva, alle attuali quotazioni di mercato ogni abitante avrebbe a disposizione sui 35.000 dollari all’anno di entrate grazie al petrolio. In realtà, i profitti vanno suddivisi con Exxon. Ma il presidente Irfaan Ali sta cercando di approfittare di questo inatteso miracolo per diversificare l’economia e sganciarla nel tempo dall’eccessiva dipendenza dall’oro nero. Come? Anzitutto, potenziando le infrastrutture locali. Per questo sta investendo pesantemente e anche aumentando il deficit di bilancio, malgrado le entrate in forte crescita.
Modello Norvegia nel futuro della Guyana
In futuro, però, vorrebbe adottare quello che prende il nome di “modello Norvegia”.
Lo stato scandinavo è stato in grado di sfruttare le entrate da petrolio e gas per alimentare un fondo sovrano dalle dimensioni ormai 4,5 volte il Pil. E tutto questo in appena tre decenni scarsi. La condizione essenziale perché ciò diventi possibile è chiudere il bilancio statale in avanzo, cosa che non sta ancora accadendo per quanto scritto. Superata la fase di uscita definitiva dalla povertà, tuttavia, questo sarebbe l’obiettivo.
E Maduro aveva messo addosso gli occhi su questo stato divenuto improvvisamente ricco al suo confine, minacciando un’occupazione quasi avallata per via referendaria. Un rischio venuto meno con la sua cattura per mani americane. E c’è chi ha notato che gli USA si siano mossi in tempo proprio per evitare, tra le altre cose, che si verificasse uno scenario del genere. Il petrolio della Guyana fa gola a tutti, ma è un dato di fatto che abbia già portato ricchezza là dove non ne esisteva quasi affatto. Un caso più unico che raro di boom economico realizzatosi nel giro di un lustro.
giuseppe.timpone@investireoggi.it