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Guerra sui porti tra USA e Iran: nel mirino c’è la Cina e il petrolio globale

La partita a scacchi tra USA e Iran sul petrolio coinvolge in prima battuta la Cina, ma prende di mira l'intera economia mondiale.
20 Aprile 2026
Partita a scacchi tra USA e Iran sul petrolio
Partita a scacchi tra USA e Iran sul petrolio © Investireoggi.it

Chi la dura, la vince. Possiamo riassumere così la partita a scacchi tra USA e Iran sul petrolio e che ha come primo bersaglio degli americani la Cina, sebbene le conseguenze di questa crisi energetica si riflettono già in maniera disastrosa sull’intera economia mondiale. Venerdì scorso, ci eravamo lasciati con la riapertura dello Stretto di Hormuz, richiuso il giorno successivo dai pasdaran. La reazione del presidente americano Donald Trump è stata di reimporre il blocco navale e già una nave iraniana è stata colpita.

Tra USA e Iran partita sul petrolio che riguarda la Cina

I mercati non ne possono più di dichiarazioni senza riscontro.

Il fattore Trump inizia ad essere scontato dagli asset per quello che effettivamente si sta palesando: il caos. Il regime in Iran non scricchiola affatto, sebbene siano passate 7 settimane dall’inizio della guerra di USA e Israele. Il collasso finanziario non sarebbe vicino, complice proprio la capacità mostrata da Teheran di esportare petrolio in barba alle sanzioni internazionali. A chi? Alla Cina, ovvio. Prima del conflitto era stata praticamente unico suo acquirente con una quota superiore al 90%.

Ed è proprio la Cina che Trump vuole punire con il blocco di Hormuz. E il problema è che incontrerà il suo omologo Xi Jinping solamente il prossimo 14-15 maggio. Fino ad allora non possiamo escludere che la Casa Bianca si riservi la carta del petrolio proprio per mettere alle strette Pechino sul dossier iraniano e anche per barattare meglio altre questioni come commerci e ridefinizione delle aree d’influenza. Peccato che l’economia mondiale non possa permettersi un altro mese così.

Il Brent è tornato già a salire sopra 95 dollari al barile sul flop dell’ennesimo annuncio di tregua.

Effetti deleteri per l’economia mondiale

Ogni giorno che passa senza che Hormuz riapra, la domanda è privata di 10 milioni di barili come minimo. Fanno 70 milioni a settimana e 300 milioni al mese. I prezzi schizzano, l’inflazione sale, i tassi di interesse dovranno prima o poi essere alzati con produzione, investimenti e consumi a rotoli. Non era questa la strategia di Washington, che pensava di far collassare il regime islamista sin dai primi attacchi grazie alla sollevazione popolare già intravedutasi a gennaio. Ha sbagliato i conti e ora si ritrova a trattare con una controparte divisa e in cui l’ala estremista rappresentata dai pasdaran sembra avere preso il sopravvento.

L’Europa è spettatrice passiva di una situazione che non ha creato e di cui subisce, tuttavia, ogni conseguenza avversa. Trump le rimprovera di non volere intervenire per sbloccare Hormuz sminandola, ma il problema è di sicurezza: senza un previo accordo con l’Iran, l’intervento degli alleati NATO verrebbe considerato un atto ostile e finirebbe sotto i colpi di mitra e droni di Teheran. Urge una soluzione, perché dopo aprile gli scali europei rimarrebbero a secco di cherosene e molti voli sarebbero cancellati o riprogrammati. E’ già spettro lockdown energetico.

Tempo vera carta vincente

Il tempo è la variabile che ciascuna delle due parti in guerra ritiene possa logorare l’altra. L’Iran sa che gli USA non possano permettersi a lungo un petrolio così caro, perché Trump sotto elezioni rischierebbe l’impopolarità. E anche gli USA credono che l’Iran, non riuscendo più esportare in Cina a causa del blocco, sia prossima al collasso finanziario, prodromico alla resa.

Forse, entrambi hanno ragione. Il guaio è che serviranno settimane o mesi per capirlo. Gli unici a non averne a disposizione siamo noi europei tra le grandi economie. Privi di materie prime, non riusciamo a tirare avanti così senza dover ridurre i consumi di energia. La riapertura al mercato russo fin qui è stata esclusa per ragioni prettamente geopolitiche. La disperazione per l’inconcludenza di Trump porterà a infrangere forse anche questo tabù.

giuseppe.timpone@investireoggi.it 

Giuseppe Timpone

In InvestireOggi.it dal 2011 cura le sezioni Economia e Obbligazioni. Laureato in Economia Politica, parla fluentemente tedesco, inglese e francese, con evidenti vantaggi per l'accesso alle fonti di stampa estera in modo veloce e diretto. Da sempre appassionato di economia, macroeconomia e finanza ha avviato da anni contatti per lo scambio di informazioni con economisti e traders in Italia e all’estero.
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