La guerra in Iran ha affossato le azioni delle banche in borsa. Il comparto a Piazza Affari perdeva ieri circa il 15,5% dal picco raggiunto oltre un mese fa, mentre da quando USA e Israele hanno avviato gli attacchi segna un pesante -10%. In Europa, non va molto meglio. Il bilancio dai picchi di inizio febbraio è negativo per circa l’11%. Unicredit perde il 17%, scendendo sotto i 100 miliardi di euro di capitalizzazione (-20 miliardi). Intesa Sanpaolo segue con -15,5%, corrispondenti a circa 16,5 miliardi in meno di capitalizzazione in un mese. Numeri simili all’estero: -15% dall’inizio del conflitto per Commerzbank (-6,1 miliardi), quasi -10% per BNP Paribas (-10,4 miliardi) e -14% Santander (-22 miliardi).
Guerra travolge banche in borsa
Il crollo delle banche in borsa non è così immediato da interpretare come per altri comparti. La guerra sta provocando forti rincari ai distributori di carburante, che rischiano di trasferirsi presto all’intero paniere dei consumi, traducendosi in una ripresa dell’inflazione. E sappiamo che ciò fa male all’economia, perché colpisce i consumi e rallenta la crescita già debole in Europa. Ma in vista di una reflazione la Banca Centrale Europea (BCE) sta avvertendo da giorni che potrebbe tornare presto ad alzare i tassi di interesse. E questa per le banche sarebbe una buona notizia.
Fattore tassi di interesse
Avete presente cos’è accaduto negli ultimi anni? Dopo un decennio di tassi a zero, la BCE dovette varare una stretta monetaria nel 2022 per reagire all’esplosione dei prezzi, anche quella volta provocata da una guerra: quella tra Russia e Ucraina.
Le banche poterono finalmente aumentare i margini d’interesse, prestando denaro a tassi più alti ad imprese e famiglie. Il famoso “spread” con i tassi passivi (sui depositi dei clienti) si allargava dai circa 170-175 punti base di fine 2021 ai 220 punti sulle nuove operazioni a fine 2023 in Italia. Ciò si tradusse in un veloce aumento dei profitti ai livelli record.
Il taglio dei tassi tra giugno 2024 e giugno 2025 ha ridotto il margine dell’attività caratteristica, ma questo per le banche europee è stato più che compensato dall’aumento dei ricavi da servizi, ossia dalle commissioni applicate alle operazioni finanziarie effettuate per conto dei clienti. In teoria, la guerra riporterebbe il mercato alle condizioni del 2022, cioè farebbe lievitare nuovamente gli utili grazie ai più alti interessi. E questo scenario si scontra con il tracollo delle azioni in borsa.
Cresce avversione al rischio
In effetti, più che a un paradosso stiamo assistendo a una revisione delle valutazioni legata al più ampio contesto macroeconomico. La ragione tecnica di questo tonfo risiede nell’avversione al rischio. Gli investitori stanno ridefinendo i portafogli a favore di asset più sicuri. E per restare nell’ambito azionario, stanno preferendo comparti come energia e difesa a discapito di banche, industria e auto. Ad esempio, Leonardo ha segnato un’ulteriore crescita del 12% con il conflitto, mentre Stellantis ha perso un altro 16%.
Maggiore concorrenza dai bond
E la risalita dei rendimenti obbligazionari minaccia nel complesso le azioni in borsa. Gli investitori trovano più conveniente puntare sul mercato a reddito fisso, che oltre ad essere più sicuro, sta diventando relativamente più remunerativo. Tra l’altro, questo fenomeno costringerà prima o poi le banche ad alzare i tassi offerti ai clienti per evitare che portino altrove la loro liquidità. Dunque, il costo della raccolta salirà, a meno che la guerra non finisca presto e i danni saranno stati temporalmente limitati.
Rischi legati ai crediti deteriorati
Infine, è vero che tassi più alti implicano maggiori ricavi sui prestiti erogati. Tuttavia, sale anche il rischio di insolvenza tra i clienti debitori se il ciclo economico si deteriorasse in misura drastica. Le imprese smetterebbero di pagare regolarmente i prestiti e lo stesso le famiglie, specie esposte con i mutui. Per le banche si tratterebbe di perdite da iscrivere a bilancio, che possibilmente supererebbero i benefici dei maggiori tassi applicati. Non è accaduto negli ultimi anni, contrariamente ai timori iniziali. Anzi, i crediti deteriorati sono scesi ai minimi da decenni. Invece, a metà del decennio scorso erano saliti ad un quinto del totale fino a un controvalore di 360 miliardi.
Banche in borsa temono scenario macro avverso con guerra
In definitiva, la guerra non sta facendo bene alle banche in borsa. Il mercato teme che l’inflazione innalzi i tassi, ma anche il numero delle insolvenze e sposta capitali a favore dei comparti apparentemente più beneficiari delle tensioni geopolitiche. E la risalita dei rendimenti accresce l’appeal dei bond, che nei prossimi mesi potrebbero diventare ancora più remunerativi.
giuseppe.timpone@investireoggi.it