Cosa succederebbe se tutti andassero in pensione a 64 anni in Italia

Oggi si può già andare in pensione a 64 anni, ma servono molti anni di lavoro alle spalle. Quanto bisognerà aspettare ancora per una riforma equa e giusta?

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Continua il dibattito fuori e dentro il Parlamento per superare la riforma Fornero. Del resto, il traguardo della pensione a 67 anni è troppo distante. Anche perché la speranza di vita si è accorciata a causa della pandemia.

Da più parti ci si chiede se non si possa andare in pensione a 64 anni, che sarebbe l’età giusta per un lavoratore italiano. Ma qui il problema diventa economico o meglio di spesa da sostenere. Con un debito pubblico astronomico e con un problema demografico che sembra ormai irreversibile, la priorità è quella di salvaguardare il bilancio statale.

In pensione a 64 anni

Premesso questo, le possibilità di andare in pensione a 64 anni già ci sono e non sono poche. Il nostro ordinamento prevede svariate forme di uscita, ma tutte legate a un requisito contributivo elevato. Cioè nettamente superiore a quello previsto per la pensione di vecchiaia (20 anni di contributi).

Abbassare questa asticella significherebbe spalancare le porte alle uscite anticipate a milioni di persone, molte delle quali farebbero anche ricorso alle integrazioni al trattamento minimo.

Quanto ci costerebbe? Inutile dire che si rischierebbe il default – come dice la ex ministra al Welfare Elsa Fornero – o, in alternativa, un inasprimento fiscale generale da mandare l’economia italiana a rotoli in poco tempo.

La spesa previdenziale italiana rilevata dall’Inps è pari a 312 miliardi di euro (dati 2021) con tendenza in aumento. Incide per oltre il 16% del Pil, percentuale che non trova eguali fra i Paesi Ue, ad eccezione della Grecia, costretta a ristrutturare il debito con manovre lacrime e sangue 10 anni fa.

Il male oscuro

Ma perché in Italia non si riesce a fare una riforma pensioni strutturale e valida una volta per tutte? Il problema – spiegava l’ex ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni nel 2013 – parte da lontano, dagli anni ’90.

Già allora c’era un problema di sostenibilità finanziaria della spesa per le pensioni, calcolate interamente con il sistema retributivo (troppo oneroso).

La famosa riforma Dini del 1995 cercò di mettere freno a questo disgraziato sistema di calcolo delle rendite pubbliche. Ma non intervenne di netto, bensì con una riforma che prevedeva una graduale entrata a regime che si sarebbe completata solo dopo il 2030. Intanto l’economia stava rallentando, i salari diminuendo con l’avvento dell’euro e la vita media si allungava.

La crisi del 2008

Al primo cenno di crisi nel 2008-2009 (scoppio bolla mutui subprime in USA) il sistema pensionistico andò in preallarme e nel 2011 scoppiò la crisi del debito sovrano. Da lì, l’intervento del governo Monti-Fornero per mettere un freno alla spesa pensionistica italiana.

La domanda che ci si pone a questo punto è: quanto bisognerà aspettare ancora per avere una riforma giusta ed equa? Probabilmente ancora una decina di anni, il tempo necessario per mandare in archivio definitivamente le pensioni retributive basate, non solo sui reali contributi versati, ma soprattutto sugli ultimi stipendi percepiti. Inutile, quindi, farsi illusioni sul superamento delle regole Fornero.

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