Se la Russia ci taglia il gas, non possiamo produrlo da soli? E quali gli effetti sulle tasse?

Quanto dipende l'Italia dal gas russo? Quale potrebbe essere l'alternativa? Dalla produzione alla richiesta: perché le tasse aumentano?

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Quanto dipende l'Italia dal gas russo? Quale potrebbe essere l'alternativa? Dalla produzione alla richiesta: perché le tasse aumentano?

Energia, gas, approvvigionamenti, prezzi sempre più alti: non si parla d’altro da quando la guerra in Ucraina ha incrinato i rapporti tra la Russia di Putin e l’Occidente, Europa compresa. Ma l’Italia può davvero permettersi di fare a meno del gas russo?

Quanto dipende l’Italia dal gas russo?

Secondo i dati forniti da Fondazione per lo sviluppo sostenibile, siamo il Paese in Ue con la più alta dipendenza energetica dall’estero: nel 2021 ben il 77% del fabbisogno nazionale è stato coperto dalle importazioni, mentre solo il 23% è stato soddisfatto dalla produzione nazionale (soprattutto grazie alle fonti rinnovabili).

Italy for Climate ha provato inoltre a mettere insieme i numeri sul consumo di combustibili fossili in Italia. Quello che è emerso è che la Russia è il Paese da cui più di tutti dipendiamo energeticamente: il 25% di tutto il fabbisogno nazionale di energia fossile proviene proprio da questo Paese, e non solo per il gas. Infatti la Russia è anche l’unico Paese da cui dipendiamo significativamente per tutte e tre i combustibili fossili. Provengono da questo Paese:

  • quasi il 40% delle importazioni di gas;
  • il 12% di quelle di petrolio;
  • ben il 52% di quelle di carbone.

Quale potrebbe essere l’alternativa al gas russo?

In molti sostengono che per ridurre i rischi connessi alla elevata dipendenza dell’Italia dal gas russo si debba puntare alla diversificazione. Lo ha dichiarato persino Mario Draghi in conferenza stampa, facendo eco alle parole dette da Ursula von der Leyen alla Commissione Europea.

Nel breve periodo, per rispondere all’attuale crisi geopolitica, il Governo italiano sta cercando alternative e si sta rivolgendo ad altri fornitori (anche se continua a importare gas dalla Russia). Tra le soluzioni prospettate, inoltre, c’è quella di riaprire le centrali a carbone (anche se tra le più inquinanti al mondo), nell’attesa di raccogliere i primi frutti conseguenti agli investimenti in energia rinnovabile.

In quest’ultimo caso, nonostante nel lungo termine gli impianti green continuano a essere la soluzione migliore, il tempo non gioca però a nostro favore.

Per finanziare, iniziare e portare a termine i progetti di transazione ecologica – anche nell’ambito del PNRR – bisogna aspettare ancora un po’, anche se non possiamo permettercelo.

L’Italia può produrre gas da sola?

L’Italia sta già producendo, all’interno del proprio territorio, parte del gas che la popolazione utilizza. Il punto è che, come i dati ufficiali confermano, non basta.

Dal Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee, i principali giacimenti di gas in Italia si trovano nel Mar Adriatico, nelle coste dell’Emilia Romagna, delle Marche, dell’Abruzzo e del Molise. Mentre altri sono presenti nel Canale di Sicilia. Non tutti i pozzi sono attivi, nel senso che non tutti erogano gas per la distribuzione, nonostante le estrazioni. Nello specifico, secondo i dati fornite dal Ministero dello Sviluppo Economico (MISE), nel 2021 l’Italia ha estratto appena 3,34 miliardi di metri cubi di gas naturale, mentre il consumo è attestato a ben 76,1 miliardi di metri cubi.

Ma che effetto ha tutto questo sugli approvvigionamenti? L’impatto, come abbiamo visto nelle ultime settimane, è evidente. I prezzi record pagati dai fornitori in Europa e le carenze nella fornitura di gas in tutto il continente hanno di fatto alimentato i timori relativi a una imminente crisi energetica. Le famiglie stanno già pagando bollette più elevate, mentre molte imprese hanno iniziato a rallentare la produzione, intaccando l’ottimismo sulla ripresa economica post-pandemia. Tutto questo ha evidenti ripercussioni sull’economia e, di conseguenza, sul lavoro.

Crisi energetica e tasse: perché i prezzi aumentano?

Un aumento record dei prezzi del gas naturale in Europa sta sollevando preoccupazioni sul possibile aumento dei prezzi al consumo. Posto che il trend in rialzo dei costi si è già verificato, una volta esaurito l’intervento statale (che ha provato a far fronte ai problemi conseguenti al conflitto in Ucraina con il cd. “Pacchetto energia“), si rischia davvero di non uscire da questa crisi?

I bonus ci sono, ma senza interventi strutturali non bastano.

I prezzi del gas naturale sono aumentati in Europa con l’aumento della domanda a livello globale. Le preoccupazioni ora sono molte, anche perché molti credono che la Russia possa utilizzare la crisi per fare pressioni a livello globale, non inviando più gas naturale per lo stoccaggio dell’Europa.

Intanto gli esperti continuano a sostenere che il passaggio al rinnovabile non è solo una necessità per il pianeta ma una possibile via di uscita dalla crisi, anche da quella dei prezzi. Non sarebbe soltanto l’ambiente a ringraziare, ma anche l’economia. Sostanzialmente le fonti di energia rinnovabili ridurrebbero il ruolo dei combustibili fossili, proteggendo il mercato dall’approvvigionamento dallo shock dei prezzi dei combustibili fossili.

La risposta a lungo termine all’attuale situazione in Europa può quindi essere quella di accelerare la diffusione delle fonti di energia rinnovabile, promuovendo anche soluzioni di efficienza energetica. Non avremmo questa situazione se in questo momento avessimo molti più sistemi di energia rinnovabile su cui contare.

 

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