Risarcimento danni per tradimento: la confessione scagiona amante e partner

Il marito tradito ha diritto a chiedere il risarcimento dei danni all'amante della moglie per danno alla sua reputazione? I chiarimenti dei giudici in una recente sentenza: solo in un caso viene riconosciuto il danno patrimoniale.

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Il marito tradito ha diritto a chiedere il risarcimento dei danni all'amante della moglie per danno alla sua reputazione? I chiarimenti dei giudici in una recente sentenza: solo in un caso viene riconosciuto il danno patrimoniale.

Non si può ottenere il risarcimento per danni per tradimento all’amante dell’ex coniuge se il tradimento era stato confessato. Perché rileva la confessione? Non certo per una questione morale. Analizziamo una recente sentenza per capire meglio.

La moglie lo tradisce e lui chiede i danni per risarcimento

E’ accaduto in Sicilia. Un uomo, dopo aver saputo del tradimento della moglie con un suo collega, e aver ottenuto la separazione, ha provato a chiedere all’amante il risarcimento dei danni stimato a 15 mila euro facendo appello sul fatto che era stata compromessa la sua reputazione.


Premessa importante, ai fini giuridici (come vedremo meglio più avanti dalla decisione dei giudici) è che il tradimento è stato confessato e non scoperto. Questo cambia tutto in merito al risarcimento.

I giudici hanno infatti stabilito che, aldilà dell’obbligo di fedeltà, il diritto al risarcimento sussiste solo qualora la notizia sia stata riportata da altri. In altre parole l’amante che si vanta di aver avuto una relazione con una persona sposata rischia di dover risarcire il danno per il pettegolezzo (non anche per il mero evento del tradimento). Se la relazione clandestina resta segreta (e quindi non viene divulgata in modo da non ledere la dignità delle persone, loro malgrado, coinvolte) non ci sono i margini per il risarcimento dei danni.

Nel caso specifico quindi l’uomo è stato anche condannato a corrispondere, sia all’ex moglie che al suo amante, le spese legali. Inoltre è stato multato per un importo pari a tremila euro per aver instaurato una causa palesemente infondata rallentando così i tempi della giustizia.

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