Riforma pensioni: dopo quota 100, via dal lavoro a 62 anni

In pensione a 62 anni ma solo col calcolo contributivo: il no dei sindacati e la proposta dell’Inps per maggiore flessibilità in uscita dal lavoro.

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In pensione a 62 anni ma solo col calcolo contributivo: il no dei sindacati e la proposta dell’Inps per maggiore flessibilità in uscita dal lavoro.

Si riaccende il dibattito sulla riforma pensioni in vista dell’incontro fra governo e parti sociali in programma per il 27 gennaio. Sul tavolo ci sono diverse opzioni, ma nessuna è particolarmente più credibile dell’altra. Lo scoglio principale da superare è il reperimento delle risorse finanziarie che mancano da tempo.

La lotta contro il tempo, d’altra parte, è già iniziata: quota 100 andrà a esaurimento nel 2021 e prima di allora una riforma per evitare lo scalone con le regole della Fornero dovrà essere trovata. Il governo pensa mandare tutti in pensione anticipata a 62 anni ma solo con il sistema di calcolo contributivo, decisamente più penalizzante, mentre i sindacati propongono di andare in pensione a 62 anni con almeno 20 di contributi ma senza penalizzazioni.

In pensione a 62 anni solo con il contributivo

Per Maurizio Landini, segretario nazionale CGIL,  anticipare il pensionamento con il “tutto contributivo non funziona. Sarebbe un sistema molto penalizzante e un sistema pubblico deve contenere elementi solidali, come fa la piattaforma di Cgil-Cisl-Uil, che rivendica un’uscita flessibile a partire da 62 anni”. Il segretario della Cgil aggiunge che “la verità è che la riforma Fornero è stato un taglio drammatico per far quadrare i conti pubblici, non c’entrava con la previdenza. I soldi si possono andare a prendere altrove e in tanti sistemi pensionistici europei anche la fiscalità generale contribuisce alla spesa previdenziale. Il 27 gennaio inizierà una trattativa su una riforma complessiva; ci sono tutte le condizioni per fare un buon lavoro“.

Tridico, in pensione anche prima del previsto

Nel contesto si inserisce anche la proposta autorevole del presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, che ha il polso della situazione e conosce bene i conti dell’Istituto. Per Tridico è fondamentale fare leva sulla flessibilità in uscita riconoscendo vantaggi a quei lavoratori che hanno svolto lavori usuranti o gravosi, ma anche alle donne. Un sistema a punti o a coefficienti sarebbe in grado di garantire maggiore equità e trasparenza anche in un settore, quello delle pensioni appunto, che negli ultimi anni è cambiato molto rispetto al passato. Sul punto il presidente dell’Inps ha dichiarato in un’intervista a Repubblica che  “sono state fatte diverse proposte e non mi sembra giusto aggiungerne altre. Ma la flessibilità rispetto ai 67 anni va garantita, soprattutto se ragioniamo in termini di logica contributiva.

Si fissa una linea di età per l’uscita, poi il lavoratore deve essere libero di scegliere quando andare in pensione. Ovviamente con ricalcolo contributivo, come avverrà per tutti dal 2036. È poi necessario prevedere pensioni di garanzia per i giovani, coprendo i vuoti contributivi dovuti al lavoro precario”.

Tridico: risparmi da quota 100, si potrebbe prolungare

Del resto i soldi per fare le riforma non mancano perché da quota 100 nel 2019 sono derivati dei risparmi notevoli visto che non tutti hanno scelto la strada del pensionamento anticipato. Ma la decisine di riformare le pensioni dopo quota 100 pare più una questione politica che tecnica. Secondo Tridico “quota 100 rappresenta una forma di flessibilità sperimentale rispetto alla riforma del 2011, utilizzata sin qui da 150 mila pensionati su 229 mila domande. Anche per questo non sono d’accordo con chi parla di uno “scalone” che si aprirebbe alla sua scadenza, il 31 dicembre 2021. Quota 100 nasce già per risolvere lo scalone creato dalla riforma del 2011, la soglia dei 67 anni. Nel 2022 ci sarà meno esigenza di oggi ad uscire a 62 anni con 38 di contributi. Paradossalmente si potrebbe anche prolungare Quota 100 per due anni, perché il numero di chi ha quel tipo di requisiti si sta asciugando. Lo dicono i numeri. Se non tutti gli aventi diritto ne hanno usufruito è perché, oltre alle motivazioni personali, andare in pensione dopo aumenta il montante contributivo e quindi la pensione.Ciò detto mi aspetterei che i risparmi da Quota 100 – 6,2 miliardi nel triennio 2019-2021 rispetto ai 18,6 miliardi stanziati – restino allocati nel settore pensionistico, riprendendo le perequazioni piene, ma soprattutto iniziando a pensare a una pensione di garanzia per i giovani”.

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