Riforma pensioni: dalla flessibilità a quota 41 per superare la Fornero

Il governo apre ai sindacati per superare l’ostacolo Fornero. La riforma pensioni, però, dovrà essere sostenibile finanziariamente. La proposta dei sindacati.

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Riforma pensioni nel 2023 a giochi fatti per il 2022, i lavoratori corrono tutti questi rischi

Il 2022 sarà un anno incandescente per la riforma pensioni. Il governo ha avviato le consultazioni coi sindacati per trovare una soluzione alle rigide regole imposte dalla riforma Fornero.

Ampi spazi di confronto e disponibilità al dialogo sono le basi su cui si avvierà il confronto per una riforma pensioni strutturale. Che non sia soggetta a cambiamenti di anno in anno.

Riforma pensioni, 2022 anno cruciale per il cambiamento

Di certo al momento si sa che la fine di quota 100 lascia un vuoto incolmabile col passato e che lo scalone con le regole Fornero è confermato. Quota 102, introdotta dal governo per calmierare la transizione, pare solo uno specchietto per le allodole.

Il pensionamento a 64 anni con 38 di contributi durerà infatti solo 12 mesi e dal 2023 saremo al punto di partenza. Senza una vera riforma pensioni si rischia di tergiversare e il ritorno alle regole Fornero si consoliderà a tutti gli effetti.

Restano le pensioni anticipate (Ape Sociale, Opzione Donna, lavoratori precoci), ma si rivolgono a una ristretta platea di beneficiari e sono penalizzanti. Mancano, poi, garanzie per i giovani lavoratori e per tutti coloro che versano nel sistema contributivo puro (post 1995).

Quota 41 e flessibilità

Lungi dal tergiversare sulla riforma pensioni prendendo altro tempo per decidere, il premier Draghi è stato chiaro: “va bene tutto, purché sia sostenibile finanziariamente”. Il che presuppone che altre risorse a debito, come avvenuto per quota 100, non saranno stanziate.

Il crollo demografico e il sistema di calcolo retributivo (in parte) delle pensioni pesa enormemente sulla sostenibilità dei conti. Di più recentemente l’Inps ha fatto sapere, anticipando la chiusura del bilancio 2021 con un rosso da oltre 20  miliardi, che “il sistema non regge con soli 23 milioni di occupati”.

I sindacati stanno prendendo coscienza del problema ridimensionando le loro pretese. Una delle soluzione che potrebbe mettere tutti d’accordo sarebbe quella di concedere la pensione dopo 41 anni di lavoro, indipendentemente dall’età (quota 41) .

Ma anche la flessibilità in uscita potrebbe essere valutata seriamente. Come proposto dall’Inps: pensione anticipata in due tranches con la liquidazione della pensione a 63 anni per la parte contributiva maturata e poi a 67 anni con il pagamento della restante parte retributiva.

Così come la possibilità di uscita anticipata a 62-63 anni optando per il solo sistema di calcolo contributivo. Come avviene per Opzione Donna. Con la conseguenza che bisognerà accettare una penalizzazione della pensione.

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