Pensioni: chi esce con quota 100 e chi no

Quota 100, dopo due anni, non ha raccolto le adesioni preventivate. Si preferisce il lavoro alla pensione e per lo Stato è un successo.

di , pubblicato il
Quota 100, dopo due anni, non ha raccolto le adesioni preventivate. Si preferisce il lavoro alla pensione e per lo Stato è un successo.

C’è chi racconta che quota 100 è stato un fallimento. E forse gli fa comodo così. Del resto, secondo i dati finora raccolti, il pensionamento anticipato con 62 anni di età e 38 di contributi non sembra aver fatto scattare la corsa alle pensioni. Tuttavia non si può parlare di insuccesso.

Osteggiata da più parti, quota 100 è stata introdotta in via sperimentale per tre anni dal primo governo Conte. Andrà in soffitta alla fine del 2021, senza aver ottenuto i risultati preventivati. Allo scopo erano stati stanziati a bilancio 21 miliardi di euro con lo scopo di superare lo scoglio della riforma Fornero.

Solo il 60% è andato in pensione con quota 100

Ebbene, stando al recente Rapporto sul coordinamento di finanza pubblica redatto dalla Corte dei Conti, al 22 gennaio 2020 risultava che le domande di pensione per quota 100 presentate nel 2019 sono state pari a 228.826. Di queste, ne risultavano accolte poco meno di 160 mila, 27 mila risultavano respinte e 43 mila circa ancora da definire.

Un numero che – secondo la Corte dei Conti – rappresenta circa il 60 per cento delle potenziali domande di pensionamento anticipato per quota 100. Ci si attendeva infatti di elaborare circa 300 mila richieste all’anno. Quindi potrebbe essere che quota 100 non abbia attirato più di quanto si pensasse. Il che è vero solo in parte.

Lo scarso appeal di quota 100

Un fallimento quindi? Assolutamente no, dicono gli esperti di previdenza. Letto così, il rapporto indicherebbe che un buon 40% degli aventi diritto abbia preferito lavorare piuttosto che andare in pensione. Il che potrebbe anche essere vero per alcune categorie di lavoratori, ma la percentuale nel complesso è troppo alta per sostenere tale ipotesi.

Di fatto la maggior parte delle domande per quota 100 è arrivata dai dipendenti del settore privato (40%) e pubblico (33%).

Mentre dal settore autonomo sono giunte richieste di pensionamento anticipato pari solo al 28% del totale.

Cosa vuol dire questo? Significa che quota 100 non è l’unica strada per ottenere il pensionamento anticipato. I dipendenti del settore privato, ad esempio, possono lasciare il lavoro anche 7 anni prima grazie all’isopensione o mediante i contratti di espansione (5 anni di bonus).

In questi casi, lo scivolo assicura un trattamento economico pari a quello della pensione. Maturano anche più contributi. Con la differenza, inoltre, che molti, nel frattempo, possono ancora percepire reddito da lavoro. Mentre da pensionati con quota 100 no.

Quota 100, un successo soprattutto per lo Stato

Tornando ai numeri, nel 2020 avrebbero aderito a quota 100 solo 50 mila lavoratori. E, secondo le proiezioni della CGIL, non si dovrebbero superare nel totale le 377mila domande nel triennio.

Posto quindi che molti lavoratori preferiscano seguire altre strade per il pensionamento anticipato e che alcune categorie di essi prediligano attendere i requisiti di vecchiaia, vediamo perché quota 100 non è stato un fallimento.

Sostanzialmente lo Stato risparmierà quasi due terzi del budget stanziato inizialmente. Dei 21 miliardi messi a bilancio nel 2018, ne verranno spesi sì e no 7 o 8, senza mettere sotto stress i conti dell’Inps e di altre casse di previdenza.

In ogni caso il prepensionamento di decine di migliaia di lavoratori ha liberato spazio per nuove assunzioni. Cosa che non sarebbe potuta accadere in assenza di quota 100. Soprattutto al Nord dove è richiesta più manodopera giovanile.

Argomenti: ,