Troppe pensioni anticipate, riforma più difficile. Chi pagherà il conto?

L’età media dei pensionamenti in Italia è più bassa che ne resto dei Paesi OCSE. Ad abbassare la media sono le pensioni anticipate che pagheranno figli e nipoti.

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«Quant’è bella giovinezza, che si fugge tuttavia! Chi vuol esser lieto, sia: di doman non c’è certezza». Così Lorenzo il Magnifico cantava elogiando la bellezza della gioventù ed esortando a godersi l’attimo e il tempo fuggente, senza troppo preoccuparsi dell’economia del domani. Purtroppo la realtà è ben diversa, soprattutto in Italia e in materia pensioni. Una volta fuggita la giovinezza restano i problemi del riuscire a vivere dignitosamente il periodo della vecchiaia, della stanchezza e della decadenza fisica. Possibilmente, senza pesare troppo su figli e congiunti.

A volte ci si lamenta che in Italia si va in pensione troppo tardi. Ma di fatto non è esattamente così. Stando alla riforma Fornero del 2012, l’età pensionabile per la pensione di vecchiaia è 67 anni. Ma si può uscire dal lavoro anche con 41-42 anni di contributi a prescindere dall’età.

In entrambi i casi si tratta di uscite che, sulla carta, allungano di parecchio l’età della pensione.

Tuttavia le deroghe che finora hanno caratterizzato i pensionamenti ordinari hanno fatto sì che l’età media si abbassasse rispetto alla media europea e OCSE.

A che età si va veramente in pensione in Italia

Questo perché in Italia, da quando è entrata in vigore la riforma Fornero, si è andati in pensione prima del tempo. Almeno nella generalità dei casi. Secondo i dati OCSE, nel nostro Paese si va in pensione mediamente a 62 anni. Più nel dettaglio, le donne sono uscite finora a di 61 anni e 5 mesi, contro una media OCSE di 63 anni e 7 mesi. Gli uomini, invece, hanno lasciato il lavoro a 63 anni e 3 mesi, contro una media OCSE di 65 anni e 4 mesi.

In Europa, ci siamo posizionati davanti a Germania, Olanda, Irlanda, Regno Unito e solo leggermente (di pochi mesi) alle spalle di Spagna e Francia.

Tutti Paesi che però, a differenza del nostro, non hanno un sistema complesso di pensionamenti e deroghe in continua evoluzione.

Le ultime riforme pensionistiche, cioè Quota 100, Quota 102 e adesso anche Quota 103, unite a Opzione Donna e Ape Sociale, hanno fatto sì che l’età media di pensionamento in Italia si sia abbassata rispetto a tanti altri Stati. A scapito della spesa pensionistica, ovviamente, salita vertiginosamente sopra i 310 miliardi (dati Inps riferiti al 2021).

Le uscite anticipate

Un risultato positivo per i lavoratori, ma negativo per lo Stato che dovrà sostenere negli anni una spesa superiore alle previsioni. Con la conseguenza che il sistema pensionistico diventerà sempre meno riformabile a favore dei lavoratori più giovani.

In altre parole, per soddisfare i bisogni immediati di coloro che chiedono sempre a gran voce la pensione anticipata, si stanno sacrificando le generazioni presenti e future. Per queste, che otterranno la pensione col nuovo meccanismo di calcolo contributivo puro, sarà difficile andare in pensione anche a 67 anni.

Per non parlare dell’importo dell’assegno che difficilmente potrà essere paragonato a quello delle generazioni passate. Il tasso di sostituzione, per una serie di complessi meccanismi legati alla rivalutazione del capitale contributivo, sarà più basso. Fortunato chi riuscirà a ottenere una pensione pari ai due terzi dell’ultimo stipendio.

Le uscite anticipate e l’egoismo miope hanno quindi reso più complessa e difficile la riforma delle pensioni. Inutile nascondere che saranno i giovani lavoratori a pagare il conto per soddisfare chi sta andando oggi in pensione con Opzione Donna piuttosto che con Quota 100 o Quota 102. Dovranno restare al lavoro più a lungo.

In pensione con Quota 103

In questo senso si inserisce anche Quota 103 che sarà in vigore dal prossimo anno. Si potrà andare in pensione a 62 anni di età (con almeno 41 di contributi). Un’altra scappatoia che consentirà a migliaia di lavoratori di ottenere la pensione fino a 5 anni prima della vecchiaia.

La stessa, calcolata col sistema misto (retributivo e contributivo) peserà sui conti dello Stato più a lungo rispetto alle rendite dei lavoratori. Le stime governative parlano di circa 48mila uscite nel 2023. Circa l’11% del totale dei pensionamenti previsti.

Numeri che non faranno che distorcere ancora di più un sistema pensionistico pesantemente gravato da ingiustizie e iniquità. Retaggio del passato, ma che nessun Governo è finora riuscito a raddrizzare, data anche l’impossibilità di farlo.

Il problema demografico e la riforma impossibile

Per comprendere il motivo per il quale non si è fatta finora (e non si farà) una vera riforma pensioni, bisogna gettare un occhio sul quadro drammatico del problema demografico italiano. Problema già avvertito nel 2011 dal governo Monti.

L’Italia non fa più figli. Con un record negativo di nascite (399 mila) nel 2021, la popolazione italiana è destinata a contrarsi ulteriormente nei prossimi anni. Oltre tutto aumenta l’invecchiamento generale della popolazione e quindi anche i costi per l’assistenza. Ne consegue che sarà sempre più difficile sostenere gli anziani se alla base c’è sempre meno gente che lavora. Per dirla con le parole del presidente dell’Inps Pasquale Tridico,

“Il sistema pensionistico in un Paese con 60 milioni di abitanti non si può reggere, nel lungo periodo, con soli 23 milioni di persone che lavorano”.

Facile intuire che di questo passo l’Italia fra 50 anni avrà una popolazione di 48 milioni di anime più che altro anziane. Come possibile, quindi, riformare le pensioni senza tagliarle? Ecco perché Quota 103 è poca cosa rispetto a quanto atteso e perché non ci sarà da aspettarsi nulla di buono per i prossimi anni.

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