In pensione a 62 anni dal 2022 anche dopo la fine di Quota 100: le ipotesi di riforma

Pensione a 62 anni: la riforma può garantire l'uscita a questa età anche senza quota 100? Governo tra sindacati e Unione Europea: che cosa cambierà per chi smette di lavorare nel 2022?

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Pensione a 62 anni: la riforma può garantire l'uscita a questa età anche senza quota 100? Governo tra sindacati e Unione Europea: che cosa cambierà per chi smette di lavorare nel 2022?

Fino a dicembre 2021, aderendo alla quota 100, è possibile andare in pensione a 62 anni con 38 di contributi. Ormai però appare praticamente certo che la quota 100 non sarà prorogata dopo la sperimentazione. Lo ha confermato anche il viceministro all’Economia Antonio Misiani. Urge una riforma del sistema pensioni per scongiurare lo scalone di 5 anni di differenza tra chi va in pensione entro il 2021 e chi dovrà aspettare l’inizio del 2022 per smettere di lavorare.

Si teme una riforma Fornero bis (leggi anche: per quanto saranno sostenibili le spese per le pensioni?).

In pensione prima dei 67 anni per chi inizia a lavorare presto: già è possibile

Senza interventi correttivi, infatti, alla scadenza della quota 100 e senza proroga, bisognerà arrivare a 67 anni per accedere alla pensione di vecchiaia. E allontanarsi da questo requisito non è facile dovendo rendere conto alle richieste dell’Unione Europea. Ad oggi l’unica alternativa certa è la pensione con 42 anni e 10 mesi di contributi (un anno in meno per le donne alle quali bastano 41 anni e 10 mesi di contributi versati). Chi raggiunge questo montante contributivo non dovrà perfezionare il requisito anagrafico dei 67 anni. Ma l’età di inizio lavoro si sposta sempre più in avanti (soprattutto se pensiamo ad un contratto stabile) e le carriere sono discontinue. Difficile quindi come traguardo da raggiungere. La riforma pensioni dovrebbe all’uopo riuscire ad intervenire sull’età di uscita ma contenendo i costi. Come fare?

Riforma pensioni: smettere di lavorare a 62 anni anche senza quota 100?

I sindacati premono per una riforma delle pensioni che punti ad una flessibilità in uscita con penalizzazione (per contenere i costi). Cgil ha anche proposto uno strumento universale  “per le aziende che a fronte di una crisi o ristrutturazione aziendale, o di un processo che favorisca l’assunzione di giovani, accompagni per alcuni anni la lavoratrice o il lavoratore dal lavoro alla pensione, garantendo il diritto previdenziale e la copertura salariale e contributiva, utilizzando sia il contributo pubblico sia la partecipazione finanziaria dell’azienda“.

Qualcuno aveva ipotizzato l’introduzione di quota 41 come alternativa ma è difficile che l’Europa accetti una simile soluzione.

Ad oggi, ma siamo nel campo delle ipotesi, il modo più papabile e meno esoso per garantire la pensione a 62 anni anche dopo quota 100, sarebbe rispolverare la proposta dell’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano. La sua idea di pensione anticipata si basa in sostanza sulla possibilità di smettere di lavorare a 62 o 63 anni, scontando però una penalizzazione sull’assegno per ogni anno di anticipo. La percentuale di penalizzazione sarebbe da definire in seguito a contrattazione con i sindacati.  Insomma concludendo: rispetto a chi farà in tempo a prendere il treno della quota 100, dover lavorare fino al 2022 potrebbe costare qualcosa ma, almeno, non si parla di uno scaglione di 5 anni che sarebbe piuttosto traumatico.

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