Dal 2000 il tuo quotidiano indipendente su Economia, Mercati, Fisco e Pensioni
Oggi: 04 Lug, 2026

Fino a 2.400 euro in più in bista paga, ecco l’effetto del decreto lavoro

Una busta paga più alta, ecco perché e da dove deriva dopo i vari interventi del governo Meloni sul lavoro.
4 Luglio 2026
Con la Meloni stipendi più alti.
© Licenza Creative Commons

Sicuramente, da oggi e fino alle prossime elezioni politiche del 2027, uno dei temi centrali del dibattito sarà quello degli stipendi. È facile immaginare che, nel programma elettorale del cosiddetto Campo Largo, qualunque sarà la sua composizione, uno dei punti cardine sarà il salario minimo. Non sono però escluse novità anche da parte dell’attuale maggioranza di centrodestra, che già negli ultimi anni è intervenuta sul tema del lavoro attraverso il cosiddetto decreto Lavoro.

Tra le misure introdotte figurano il principio del salario giusto e diversi interventi a favore dei lavoratori. Provvedimenti che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha rivendicato durante il suo intervento al XIX Congresso Nazionale della UIL, svoltosi a Padova.

Proprio il tema delle retribuzioni è stato uno dei punti centrali del suo discorso. In particolare, ha attirato l’attenzione il dato secondo cui, grazie agli interventi adottati dal Governo, le buste paga potrebbero registrare un incremento compreso tra 1.500 e 2.400 euro rispetto al passato.

Fino a 2.400 euro in più in busta paga: ecco l’effetto del decreto Lavoro

Secondo quanto sostenuto dalla premier Giorgia Meloni, gli interventi introdotti dal Governo hanno determinato un aumento dello stipendio netto percepito dai lavoratori.

Nel corso del suo intervento al Congresso della UIL di Padova — manifestazione alla quale, come ricordato dalla stessa presidente del Consiglio, mancava la presenza di un capo del Governo da diversi decenni — Meloni ha rivendicato i risultati ottenuti attraverso alcune misure considerate strategiche. Tra queste figurano il taglio del cuneo fiscale, la riduzione dell’IRPEF introdotta con le ultime leggi di Bilancio e la detassazione degli aumenti salariali derivanti dai rinnovi contrattuali e dei premi di produttività.

Gli interventi del Governo sulle buste paga: quali aumenti sono arrivati

Uno degli elementi che, secondo il Governo, ha contribuito all’aumento delle buste paga è la riduzione dell’IRPEF. La diminuzione dell’imposta ha infatti comportato un alleggerimento delle trattenute fiscali applicate dal datore di lavoro, aumentando così il netto percepito dai dipendenti.

La riforma la si è realizzata in due fasi. La prima è entrata in vigore nel 2025, con il passaggio da quattro a tre scaglioni IRPEF. In quell’occasione, il secondo scaglione è stato accorpato al primo. Facendo così scendere dal 25% al 23% l’aliquota applicata alla fascia di reddito compresa tra 15.000 e 28.000 euro. Questo intervento ha comportato un risparmio fiscale pari al 2% sui 13.000 euro ricompresi in quella fascia di reddito.

Successivamente è stato modificato anche lo scaglione successivo. L’aliquota applicata ai redditi compresi tra 28.000 e 50.000 euro è stata ridotta dal 35% al 33%, determinando un ulteriore risparmio del 2% sui 22.000 euro di reddito appartenenti a questa fascia.

Secondo i calcoli illustrati dal Governo, un lavoratore con un reddito imponibile pari a 50.000 euro avrebbe ottenuto un beneficio fiscale complessivo di circa 700 euro annui, di cui 260 euro derivanti dalla prima riforma dell’IRPEF e 440 euro dalla successiva riduzione dell’aliquota del secondo scaglione.

Detassazione, cuneo fiscale e aliquote sostitutive dei rinnovi contrattuali

Un altro intervento rilevante è rappresentato dal nuovo taglio del cuneo fiscale, che dal 2026 ha subito profonde modifiche rispetto agli anni precedenti.

Il nuovo sistema combina elementi di decontribuzione e detrazioni fiscali, con l’obiettivo di incrementare il netto in busta paga in misura proporzionale al reddito del lavoratore.

Per i redditi fino a 20.000 euro, il beneficio assume la forma di un bonus contributivo, con percentuali differenziate in base al reddito:

  • 7,1% per i redditi più bassi;
  • 5,3% per i redditi compresi tra 8.500 e 15.000 euro;
  • 4,8% per quelli superiori a 15.000 euro e fino a 20.000 euro.

Per i lavoratori con redditi superiori a 20.000 euro, invece, il beneficio si traduce in una detrazione fiscale che può arrivare fino a 960 euro, secondo i criteri previsti dalla normativa.

Tra le misure evidenziate dalla presidente del Consiglio rientra anche la detassazione degli aumenti retributivi derivanti dai rinnovi dei contratti collettivi.

In questo caso, il beneficio riguarda i lavoratori con redditi fino a 33.000 euro. Gli incrementi di stipendio riconosciuti in seguito al rinnovo del contratto non sono tassati con le ordinarie aliquote IRPEF del 23%, 33% o 43%. Ma sono assoggettati a un’imposta sostitutiva del 5%, decisamente più favorevole rispetto al regime fiscale ordinario.

Giacomo Mazzarella

In Investireoggi dal 2022 è una firma fissa nella sezione Fisco del giornale, con guide, approfondimenti e risposte ai quesiti dei lettori.
Operatore di Patronato e CAF, esperto di pensioni, lavoro e fisco.
Appassionato di scrittura unisce il lavoro nel suo studio professionale con le collaborazioni con diverse testate e siti.