Volano le bollicine di Prosecco all’estero, ma Londra irrita i consorzi veneto-friulani

Successo crescente per il Prosecco all'estero, con un boom di esportazioni in mercati come Francia e Cina. Irrompe il caso di Londra, mentre sulle colline di Veneto e Friuli-Venezia-Giulia si litiga sul glifosato.

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Successo crescente per il Prosecco all'estero, con un boom di esportazioni in mercati come Francia e Cina. Irrompe il caso di Londra, mentre sulle colline di Veneto e Friuli-Venezia-Giulia si litiga sul glifosato.

Goliardata, semplice trovata di marketing di bassa lega, fatto sta che Londra ha creato scompiglio tra i consorzi che riuniscono in Veneto e Friuli-Venezia-Giulia i produttori di Prosecco. L’enoteca “Vagabond Wine” ha pensato bene di installare a Grace Church, nelle vicinanze del monumento che ricorda il devastante incendio del 1666, una cosiddetta “bank of bubbles”, niente di meno che un bancomat per distribuire il vino italiano a una consumazione per volta per moderarne l’uso.

Durissima e immediata la reazione del sistema Prosecco, a capo dei consorzi Prosecco Doc, Prosecco Superiore Conegliano Valdobbiadene Docg e Prosecco dei colli ascolani Docg. Il presidente della Doc, Stefano Zanette, ha subito intimato la cessazione dell’iniziativa, minacciando azioni legali.

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Altro che pubblicità per il famosissimo vino italiano. I produttori lamentano che sia stato provocato un grave danno d’immagine, in quanto non è nemmeno detto che il Prosecco somministrato al bancomat fosse di denominazione di origine controllata e protetta. In assenza della bottiglia con cui verificare la provenienza, ai consumatori inglesi potrebbe essere stato fatto bere di tutto. Appena esplosa la polemica, l’enoteca ha deciso di rimuovere il dispositivo, ponendo fine all’iniziativa.

Il disciplinare del Consorzio fissa regole a tutela del consumatore, per cui il Prosecco non può essere somministrato in modo diverso dal versamento direttamente dalla bottiglia. Non è stata la prima iniziativa di cattivo gusto che abbia riguardato questa tipologia di vino italiano. In passato, c’erano stati casi simili, come il Prosecco alla spina o fontane di Prosecco, tutti avversati dai rappresentanti dei produttori. Semmai, adesso che la Brexit ha sganciato il Regno Unito dal resto dell’Unione Europea, ci si chiede se, in assenza di un accordo commerciale, i nostri prodotti non rischino di trovarsi sprovvisti di tutela su questo importante mercato.

Boom di Prosecco all’estero

Quello britannico è il principale sbocco per le nostre bollicine, con vendite in crescita del 5% medio all’anno e un controvalore arrivato a 336 milioni di euro, a fronte di una produzione complessiva tra le colline delle due regioni per 2,5 miliardi, grazie ai 1.200 produttori consorziati.

In valore, ma non come numero di bottiglie stappate, gli USA hanno da poco superato il Regno Unito, mentre in volume la Francia ha segnato nel primo semestre dello scorso anno il +50%, un boom notevole, scavalcato solo dal +66% in Cina. In tutto, ha calcolato Coldiretti, nei primi 6 mesi del 2019 sono state esportate bottiglie di Prosecco per 458 milioni di euro, +17% su base annua. In crescita anche le vendite in Germania, ma a un più moderato +7%.

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E più cresce la febbre all’estero da bollicine italiane, maggiori le tensioni in patria. Il governatore veneto Luca Zaia si è detto fermamente contrario all’uso del glifosato come diserbante, trovandosi contro i produttori friulani, che per bocca di Matteo Zolin, Coldiretti, difendono la loro scelta e sostengono che le alternative praticabili siano tutte più costose. Anche il Friuli è amministrato da una giunta retta da un governatore leghista, Massimiliano Fedriga. Uno scontro in casa, insomma, a cui Zaia non intende sottrarsi, specie adesso che l’Unesco ha riconosciuto le colline in cui avvengono le coltivazioni di Prosecco patrimonio dell’umanità.

Ma il suo stesso assessore alle Politiche agricole, Stefano Zannier, pur schierandosi a fianco del governatore veneto, ritiene che senza un divieto comunitario, l’uso del glifosato non potrà che essere consentito, anche perché l’Unione Europea fino ad almeno il 2022 non intende bandirlo. Un tema sensibile, che rischia di diventare incandescente alle imminenti elezioni regionali di primavera. Decisioni eventualmente difformi tra le due regioni non sarebbero praticabili, avvertono dagli stessi consorzi, perché le coltivazioni sulle colline non seguono la ripartizione amministrativa e diversi produttori si troverebbero a seguire due regolamenti contrastanti sugli stessi appezzamenti.

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