Tassazione rendite finanziarie, ecco perché l’aumento di Renzi è un male

La tassazione delle rendite finanziarie è inefficiente, ingiusta e forse anche inutile per la riduzione delle tasse sul lavoro.

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La tassazione delle rendite finanziarie salirà dal 20% al 26%, con l’obiettivo di incassare 2,6 miliardi da destinare all’abbattimento del 10% dell’Irap. Lo ha annunciato il governo Renzi, che intende anche diminuire le imposte sui redditi da lavoro di 10 miliardi. 

 

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Se è senz’altro meritorio che un’imposta considerata iniqua e disincentivante per le assunzioni, come l’Irap, venga ridotta, di tutt’altro segno andrebbe interpretata la direzione che i vari governi hanno seguito sulle rendite finanziarie.

Sindacati, ma anche parte degli imprenditori e dei politici sostengono che aumentare le tasse sulle rendite sia equo, in quanto colpirebbe l’economia improduttiva, favorendo così il lavoro e la produzione. Si tratta di una visione demagogica e alquanto parziale dei fatti, perché se da un lato non si riesce mai a comprendere bene cosa siano le cosiddette rendite “pure”, dall’altro si finge di non capire che esse siano frutto di risparmi, a loro volta derivanti dai redditi da lavoro o delle imprese, al netto dei consumi. I primi sono soggetti al pagamento dell’Irpef o Ires (più Irap), i secondi all’IVA. Tassare le rendite finanziarie, quindi, significa in sé colpire lo stesso reddito per la terza volta.

Perché la stangata è un male

Aldilà delle ragioni più propriamente etiche, il risparmio è anche tutelato dall’art 47 della Costituzione, in quanto svolge un ruolo economicamente e socialmente importantissimo. Un’economia senza risparmio non ha risorse per gli investimenti, per cui non potrebbe crescere, tranne che non importi i capitali dall’estero, ma esponendosi agli umori degli investitori internazionali; un pò come accade da molti anni per gli USA. Il risparmio, quindi, andrebbe incentivato e non disincentivato. 

Le famiglie italiane hanno potuto evitare gli effetti più deleteri di ben 5 anni e mezzo di crisi economica senza precedenti, grazie ai risparmi accumulati da una vita o forse anche da più generazioni, che hanno attutito il loro fabbisogno e le hanno sostentate spesso per i lunghi periodi di assenza di un reddito. In altri termini, il risparmio è il più grande ammortizzatore sociale di un paese, che assicura tutela e dignità a un individuo o a una famiglia.

 

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L’aumento della tassazione, poi, accentua la disparità di trattamento tra piccoli e grandi investitori, con questi ultimi (vedi banche), che sottopongono le rendite finanziarie a un altro trattamento fiscale.

Stangare le rendite potrebbe essere inutile ai fini del gettito, non solo perché i capitali tendono a muoversi più o meno rapidamente e a sfuggire all’aumento della tassazione in un paese (vedi Tobin Tax), ma anche perché la stessa base imponibile è molto instabile e aleatoria. Ad esempio: per rendita finanziaria si intendono anche i “capital gain”, ossia il guadagno ottenuto vendendo titoli a un prezzo superiore a quello di acquisto. Ma il prezzo lo determina il mercato e nessuno è in grado di prevedere con certezza in che direzione esso si muoverà nel tempo e con quale frequenza saranno venduti i titoli precedentemente acquistati dai risparmiatori.

E ancora: il gettito derivante dalla tassazione delle rendite finanziarie è di appena 11 miliardi di euro all’anno, contro i 150 circa di quello Irpef (di cui, 90 da redditi da lavoro) e i 35 miliardi di gettito Irap. Le misure in gioco sono così diverse, che anche solo ipotizzando di calcare la mano pesantemente sulle prime non si potrebbe finanziare un serio programma di riduzione del carico fiscale su lavoro e imprese.

E perché mai investire in titoli di stato (tassati anche in futuro con l’aliquota agevolata del 12,5%) dovrebbe essere considerato più meritorio che farlo su altri titoli? Lo stato distorce così gli investimenti e si pone al di sopra del resto del mercato.

Infine, le rendite sono già oggi tartassate, tra imposta di bollo, aliquota al 20% e Tobin Tax, senza tenere conto delle commissioni bancarie, che in tempi di tassi zero contribuiscono spesso ad erodere il capitale. 

Per concludere, il governo Renzi farebbe bene a tenere presenti le critiche non ideologiche di chi è contrario a un intervento sulle rendite o rischia di sbattere contro il consuntivo, dovendo tra pochi mesi reperire altrove risorse, che altrimenti rischiano di non essere incassate per questa via.

 

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