Tassazione rendite finanziarie, arriva la stangata. Ecco quanto pagheremo di più

La tassazione sulle rendite finanziarie salirà dal 20% al 26%. Una stangata a carico, soprattutto, dei piccoli risparmiatori.

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Con l’annuncio di mercoledì del taglio delle tasse, incerti sono i tempi e le coperture del calo delle imposte sui redditi da lavoro e sull’Irap, mentre certo appare al momento l’aumento della tassazione sulle rendite finanziarie, che il presidente del consiglio, Matteo Renzi, ha spiegato che saliranno dall’attuale 20% al 26%. Obiettivo: incassare 2,6 miliardi, che serviranno ad alimentare quel fondo da almeno 10 miliardi, necessario per tagliare le imposte sul lavoro.

Il premier, in conferenza stampa, ha precisato, però, che “i titoli di stato non si toccano”. Dunque, i Bot people potranno restare sereni, perché continueranno a pagare sui rendimenti l’aliquota agevolata del 12,5%.

 

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Per tutti gli altri casi, invece, la stangata ci sarà, eccome. Se già dal primo gennaio del 2012 era stata innalzata l’aliquota dal 12,5% al 20% su tutte le altre rendite derivanti da investimenti finanziari (azioni, obbligazioni, fondi) e la si era unificata a quella sugli interessi bancari e postali (prima al 27%), adesso il conto diventa ancora più salato per i risparmiatori e gli investitori.

Anche perché, nel frattempo, il governo Letta aveva già aumentato l’imposta di bollo sui depositi, portandola dallo 0,15% del 2013 allo 0,20%, quando era ancora allo 0,12% nel 2012. Per non parlare del fatto che dall’1 marzo del 2013 si applica pure la cosiddetta “Tobin Tax” o tassa sulle transazioni finanziarie sui saldi giornalieri di azioni e sui derivati.

Un esempio pratico

Per capire l’effetto della stangata, facciamo un esempio: se investo 100 mila euro e ottengo un rendimento del 3%, il mio ricavo sarà di 3 mila euro. Su questo dovrò pagare il 26%, pari a 780 euro, a cui si aggiunge la “mini-patrimoniale” dello 0,2% sull’intero investimento, ossia altri 200 euro. E senza tenere conto della possibile Tobin Tax, che si applica a monte, nel momento in cui si effettuano scambi giornalieri di azioni e derivati. In totale, pagherò 980 euro su un rendimento di 3.000 euro, ossia il 32,7%, un terzo. All’aumentare del rendimento, il peso dell’intera tassazione tende a ridursi, perché l’imposta di bollo inciderà in misura inferiore.

Lo stesso esempio, ma con un rendimento di 5.000 euro, ci da un aggravio complessivo del 30% tra aliquota del 26% e la “mini-patrimoniale”.

Replichiamo, adesso, la stessa simulazione, ma applicando le aliquote in vigore nel 2013 (20% sulle rendite e imposta di bollo allo 0,15%): 3.000 x 0,20 = 600 euro. Imposta 0,15% x 100.000 = 150 euro. Totale: 600 + 150 = 750 / 3.000 = 0,25 o 25%. Lo stesso investimento, in appena un anno, viene tassato dal 25% al 32,7%, una stangata di quasi otto punti percentuali.

Cosa accade all’estero

In Germania, l’imposizione sulle rendite finanziarie è del 26,3%, in Francia si applica un’imposta di base del 24% e una supplementare di “solidarietà” del 15,5%, totale: 39,5%. Negli USA e in Gran Bretagna, invece, le rendite finanziarie vengono assoggettate alle stesse aliquote sui redditi da lavoro, per cui l’aggravio dipenderà dalla situazione economica di ciascuno. 

Ma in Italia poteva andare pure peggio. A gennaio, lo stesso Matteo Renzi, in qualità di segretario del PD, aveva pungolato il governo Letta, sostenendo la necessità di aumentare la tassazione sulle rendite finanziarie dal 20% al 28%. Alla fine, si è trovato, quindi, un compromesso tra quanti vociferassero di una stangata al 23% e il progetto originario del premier.

 

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