Alla borsa piace l’ipotesi “spezzatino” di MPS, Unicredit al centro delle cronache internazionali

La borsa reagisce bene all'ipotesi di uno 'break-up' di MPS e le azioni corrono. Ma sarà un altro bagno di sangue per i contribuenti.

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Ipotesi

Boom del titolo MPS nel corso della seduta di ieri sull’ipotesi di uno “spezzatino” della banca senese, con guadagni in prossimità del 6%. Quest’anno, segnano +23%. Le voci non sono nuove, ma l’indiscrezione starebbe prendendo forza. Unicredit sarebbe interessata alla fusione, ma non da sola. Vorrebbe, cioè, condividere il peso con qualche altra pretendente. A tale proposito, da settimane si fa il nome di Mediocredito Centrale, che altro non sarebbe che la Banca del Mezzogiorno, un istituto pubblico controllato dal Tesoro tramite Invitalia.

Mediocredito Centrale sarebbe interessata allo “spezzatino” MPS, non fosse altro perché rileverebbe i suoi sportelli al Sud e diverrebbe un operatore di maggiore rilievo sotto Roma. Ma si tratterebbe di una ennesima farsa, ossia di una falsa privatizzazione. Lo stato uscirebbe formalmente dal capitale di Siena per rientrare dalla finestra attraverso un’altra controllata, pur indiretta.

Spezzatino MPS operazione costosa

I problemi da risolvere restano tanti e costosi. Al momento, la quota di MPS in mano al Tesoro vale appena 815 milioni di euro. Nel 2017, lo stato spese 6,9 miliardi per nazionalizzare l’istituto e salvarlo da un fallimento certo. Dunque, allo stato attuale la ri-privatizzazione costerebbe ai contribuenti italiani altri 6 miliardi, che si vanno ad aggiungere a quelle che subiranno a seguito della maxi-cessione dei crediti deteriorati ad Amco. Guarda caso, anch’essa è una società pubblica.

Sul groppone MPS ha cause legali per 10 miliardi di euro di potenziali risarcimenti. Naturale che nessuno voglia accollarseli e che, comunque vada, questo spettro rimanga in capo a una eventuale “bad bank” appositamente creata per pulire la banca dalle sue passività attuali e future. E serviranno 2,5 miliardi di euro di aumento di capitale per rimettere in sesto i conti. D’altra parte, Rocca Salimbeni porta in dote i cosiddetti “Deferred tax assets”, cioè bonus fiscali legati alla vendita dei crediti deteriorati e la cui entità dipende dagli attivi patrimoniali del compratore.

Nel caso di Unicredit, parleremmo di qualcosa come non meno di 3,4 miliardi di crediti d’imposta.

I dubbi sull’operazione

Lo “spezzatino” MPS non è certo. L’Antitrust potrebbe trovare qualcosa su cui ridire, specie nel caso in cui Unicredit ambisse a rilevare anche Banco BPM. A quel punto, si ritroverebbe con troppe filiali nel Centro-Nord. E che ne sarebbe della “toscanità” della banca così tanto gelosamente custodita ad oggi dalla politica locale?

Nel frattempo, che il dossier travalichi i confini nazionali lo dimostrerebbero le attenzioni eccessive rivolte dalla stampa straniera al caso Cashes. E’ il nome di un bond “ibrido” emesso da Unicredit nel 2009 e la cui cedola avrebbe dovuto essere pagata questa settimana. L’emittente ha comunicato che non la metterà in pagamento, avvalendosi della facoltà assegnatale dal contratto a seguito dalle maxi-perdite accusate nel 2020. Bloomberg ha montato una vera campagna di stampa contro il nuovo corso del CEO, Andrea Orcel, arrivando a dubitare della “reputazione” dell’istituto. E l’errore commesso da Euroclear nel pagare la cedola a un gruppo di obbligazionisti ha potenziato le critiche. Che qualche banca o fondo di Wall Street abbia appetiti nascosti verso Siena?

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