Smart working pubblico impiego, i conti sbagliati di Brunetta

Il ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta, guarda con eccessivo ottimismo alla fine dello smart working per i dipendenti pubblici

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Brunetta punta sulla fine dello smart working

Intervenendo al Forum in Masseria in provincia di Brindisi, il ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta, si è mostrato molto ottimista sulla crescita del PIL italiano di quest’anno. A suo avviso, sarà probabilmente anche superiore al 6%, grazie alla fine imminente dello smart working per i dipendenti pubblici. Le città riprenderanno a vivere, spiega, e questo sosterrà la ripresa.

Dal 15 ottobre, gli uffici della Pubblica Amministrazione torneranno a riempirsi dei dipendenti dopo oltre un anno e mezzo. Lavoreranno a distanza solamente fino a un massimo del 15% dell’organico e solo su contratto diretto stipulato tra le parti. Il ragionamento di Brunetta ha un senso: il rientro in ufficio dei dipendenti pubblici rilancerà i consumi legati alla pausa pranzo. Bar e ristoranti saranno nuovamente frequentati nelle ore diurne da quanti hanno sinora consumato a casa.

Tuttavia, due sono gli aspetti non convincenti del ragionamento di Brunetta. Il primo è puramente numerico. Secondo il ministro, la crescita potrebbe chiudere quest’anno al 6,2-6,3%, anziché al 6% atteso ufficialmente dal governo e rivisto dal precedente +4,5%. Un’accelerazione dello 0,2-0,3%, che varrebbe tra 3,5 e 5 miliardi. Eppure, nell’intero anno il business delle pause pranzo è stato stimato da Fipe-Confcommercio in 7 miliardi. Poiché il rientro in ufficio avverrà per l’ultimo mese e mezzo del 2021, dovremmo attenderci un impulso all’economia di non oltre 900 milioni, lo 0,05% del PIL.

Smart working sacrificato per ragioni macro

Certo, è probabile che Brunetta abbia conteggiato altri consumi attesi in aumento: il carburante per spostarsi da casa a lavoro, l’abbigliamento per recarsi in ufficio vestiti in maniera consona, ecc. Da non sottovalutare, poi, l’accelerazione degli iter burocratici a favore delle imprese e delle famiglie.

Dunque, fine dello smart working per ragioni macroeconomiche. E proprio questo non quadra nel discorso del ministro. Che sotto la pandemia gli uffici pubblici abbiano spesso funzionato poco e male, è un dato di fatto. Che per molti dipendenti smart working è equivalso a controlli ancora più carenti e a scarsissima produttività, innegabile. Ma si può pensare di legare l’adozione di una tipologia di lavoro a esigenze che con il lavoro non hanno nulla a che vedere?

Per capirci, sarebbe come se un’azienda comunicasse ai propri dipendenti che dovranno lavorare in ufficio, pur potendo benissimo svolgere la loro mansione a distanza, perché bisogna sostenere i bar, i ristoranti, le stazioni di servizio e i negozi ubicati a ridosso della sua sede. Sarebbe un discorso sconclusionato. E lo stesso vale per la Pubblica Amministrazione. Gli uffici dello stato devono essere improntati all’efficienza e all’efficacia dei servizi resi al cittadino, non a ragionamenti macro che esulano da questi aspetti. Un lavoratore non deve lavorare in smart working o in presenza sulla base di quanto convenga ad attività terze. L’attacco preventivo a una forma di organizzazione del lavoro consentita da tempo dalle tecnologie rievoca battaglie di retroguardia dal sapore luddista. E saranno superate dai fatti.

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