Settimana cruciale per l’Area Euro tra giudici tedeschi e Consiglio UE, ma la BCE continuerà a supplire la politica

Crisi dell'Eurozona sul tavolo dei capi di stato e di governo domani, mentre oggi arriva l'attesa sentenza della Corte di Karlsruhe in Germania. Intanto, la BCE svolge il lavoro della politica per preservare la moneta unica.

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Crisi dell'Eurozona sul tavolo dei capi di stato e di governo domani, mentre oggi arriva l'attesa sentenza della Corte di Karlsruhe in Germania. Intanto, la BCE svolge il lavoro della politica per preservare la moneta unica.

Questa è la settimana decisiva per le sorti dell’Eurozona e, forse, per quelle del governo Conte. Domani, i capi di stato e di governo dell’Eurozona si riuniranno in video-conferenza per cercare di trovare finalmente un accordo sul cosiddetto “Recovery Fund”, essendo rimasto praticamente l’unico punto controverso delle trattative di queste settimane sulla reazione alla crisi economica provocata dall’emergenza Coronavirus. Le divisioni restano sempre tra nord e sud, con Germania e Olanda a propendere per un fondo finanziato tramite il bilancio comunitario, a sua volta alimentato dai versamenti nazionali e che eroghi prestiti agli stati per affrontare le conseguenze dell’emergenza. Italia, Francia e Spagna guidano il fronte di chi vorrebbe che il fondo venisse alimentato da emissioni obbligazionarie (debito comune) e che erogasse aiuti perlopiù a fondo perduto, cioè senza obbligo di restituzione.

Prima di arrivare a questo punto, però, nelle prossime ore si dovrà passare per una sentenza tanto attesa e che, si spera, non apporti nuove difficoltà tecniche alla già rovente discussione. La Corte Costituzionale tedesca si esprime oggi sulla conformità del “quantitative easing” alla Grungesetz della Germania. Se dovesse ravvisare che i paletti indicati già con sentenza del 2016 siano stati superati di recente dalla BCE, cioè che gli acquisti di assets non siano più “preordinati e limitati”, ordinerebbe alla Bundesbank di ritirarsi dal programma, facendo crollare in un attimo i piani di politica monetaria di Francoforte.

Perché il 5 maggio rischia di saltare l’euro e per mano della Germania

E meno di ogni altra cosa i governi dell’Eurozona possono permettersi che venga anche solo affievolito l’operato della BCE, l’unica istituzione che sta continuando, anche nel pieno dell’emergenza, a sostenere l’economia dell’area, supplendo una politica del tutto non pervenuta.

Giovedì scorso, il board ha compiuto un altro passo in avanti per far fluire liquidità all’economia reale, varando nuove aste T-Ltro a lungo termine, con cui erogherà fino all’anno prossimo prestiti a tassi negativi alle banche commerciali e senza alcun vincolo. La settimana prima, aveva incluso i bond declassati dopo il 7 aprile fino al rating “BB” tra gli assets accettati come collaterale di garanzia.

Se l’unica soluzione rimarrebbe il MES

Grazie a questi espedienti, la BCE sta cercando di contenere gli spread e la frammentazione dei mercati finanziari nell’unione monetaria, pur in assenza di una gestione fiscale unitaria da parte degli stati membri. Basterà? Ad oggi, sappiamo che fino alla terza settimana di aprile, l’istituto aveva aumentato di circa 610 miliardi il suo bilancio, ovviamente acquistando assets sul mercato, espandendolo del 13%, pari a circa il 5% del pil dell’area. Nello stesso frangente, però, la Federal Reserve ha dilatato il suo bilancio di ben il 60%, cioè di 2.500 miliardi di dollari, quasi il 12% del pil USA. Poco meglio ha fatto la Banca del Giappone, con +31.400 miliardi di yen, corrispondenti al 5,4% del bilancio pre-pandemia e a quasi il 6% del pil nipponico.

Questi numeri suggeriscono che la BCE abbia ancora potenziale per aumentare gli acquisti di bond e iniettare così liquidità all’economia, sebbene proprio la sentenza tedesca delle prossime ore rischi di limitarne l’operato futuro, dando per scontato che non arrivi una bocciatura di quello sin qui svolto. Tuttavia, se la Germania dovesse presentarsi al Consiglio europeo di domani con le mani legate sul piano legale con riferimento a temi come Eurobond (di fatto, ormai fuori dal tavolo delle trattative) da un lato e “quantitative easing” dall’altro, su di essa ricadrà l’onere di indicare ai partner una soluzione alternativa, che a quel punto dovrà essere necessariamente politica, cioè prettamente fiscale.

Ma qui finiremmo in un loop, perché l’esclusione di emissioni di debito in comune lascerebbero il Sud Europa in balia dei mercati, in assenza di una copertura più o meno esplicita della BCE, i cui acquisti non verrebbero più considerati illimitati dagli investitori.

Dunque, si tornerebbe alle tensioni finanziarie per via della crescente frammentazione dei mercati, potenzialmente letale per la sopravvivenza dell’euro. Ecco perché la Germania punta da tempo sul Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), il quale sarebbe capace di assistere gli stati richiedenti aiuto, ma sottoponendoli a precise condizioni. Questa soluzione risulta la più sgradita a paesi come l’Italia, ma di fatto è già contemplata dall’accordo preliminarmente raggiunto in aprile dal Consiglio europeo, per quanto mascherato dal dibattito sul Recovery Fund.

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