Se torna l’austerity: dalle domeniche a piedi alle luci spente di strade e negozi

Il premier Mario Draghi ammette possibili razionamenti di beni e servizi essenziali. E l'ipotesi delle luci spente in strada si fa seria.

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Austerity e luci spente

Alcuni giorni addietro, il premier Mario Draghi ha negato che l’economia italiana fosse già in recessione, ma non ha negato le criticità del momento, tra l’altro avvertendo su possibili razionamenti di beni e servizi essenziali nel caso si rendesse necessario. Un linguaggio che apparirà inconsueto alle generazioni sotto i 50 anni di età o forse più, ma che in Italia fu di moda negli anni Settanta dell’austerity.

Era l’autunno del 1973 e la guerra dello Yom Kippur vide schierata Israele contro parte del mondo arabo guidata da Egitto e Siria. L’Occidente appoggiò l’alleato israeliano e per ritorsione l’OPEC, il cartello petrolifero composto perlopiù da stati mussulmani, quadruplicò dall’oggi al domani il prezzo del greggio a 12 dollari al barile. Le economie di Europa e Nord America sprofondarono nella stagflazione, un mix irrituale (fino ad allora) di crisi e inflazione.

In Italia, povera di materie prime e largamente dipendente dall’energia importata (cambiato nulla in mezzo secolo!), il governo Rumor adottò misure eccezionali. Per prima cosa, fu vietato l’uso dell’auto di domenica. Nacquero le famose domeniche a piedi, anche se molti italiani usarono la bicicletta e i pattini per svagarsi nel giorno dedicato al riposo dal lavoro. Furono abbassati i limiti di velocità delle auto per risparmiare carburante, mentre ai comuni fu imposto di dimezzare il numero dei lampioni accesi nelle ore di buio. E i negozi non poterono più illuminare le vetrine. Luci spente, città romanticamente tornate all’era pre-industriale.

A letto prima, via festività religiose

Tra le misure più curiose, ve ne fu una adottata nel 1977 dall’allora premier Giulio Andreotti. Pur cattolicissimo e vicino come nessun altro politico italiano al Vaticano, eliminò sette festività religiose, tra cui l’Epifania (reintrodotta anni dopo dal laico Bettino Craxi), San Giuseppe e San Pietro e Paolo.

Obiettivo: far lavorare di più gli italiani per aumentare la produttività nelle fabbriche e negli uffici. Persino il TG della TV di stato fu anticipato di mezz’ora alle ore 20.00 per mandare gli italiani a letto prima e risparmiare così i consumi elettrici.

Questo insieme di misure prese il nome di austerity, che nella sostanza significa stringere la cinghia. Si riproposero nel 2011, quando l’allora governo Berlusconi rischiò di gestire un’economia avviata verso il default a causa della crisi dello spread. L’ex ministro del Tesoro, Giulio Tremonti, era pronto a cancellare altre festività religiose, cosa che avvenne con successo nel Portogallo. E ora che Draghi stesso paventa il razionamento, cosa dovremmo aspettarci? Imposta per legge o dalla necessità, avremo un assaggio di austerity quasi senza dubbio. I comuni hanno spento le luci per protesta a febbraio contro il caro energia, ma prima o poi saranno costretti a farlo per risparmiare sul costo dell’elettricità.

Luci spente e uffici meno confortevoli

I sindaci si vedranno costretti a ridurre il numero dei lampioni accesi e delle stesse ore di illuminazione garantita, mentre già qualcuno spegne le luci a rotazione nei quartieri. Difficile, invece, eliminare nuove festività religiose e non. A parte che non ne abbiamo più degli altri paesi, il rischio sta nel colpire il turismo. I giorni di vacanza servono spesso alle famiglie per organizzare gite fuori porta, rinvigorendo il fatturato di alberghi, ristoranti, musei, stazioni balneari, ecc. E le domeniche a piedi? In teoria, sarebbe un’altra soluzione possibile, ma rispetto agli anni Settanta risulta meno semplice da adottare. Oggi come oggi, esistono moltissime attività, specie di natura commerciale, aperte la domenica. I lavoratori devono usare perlopiù l’auto per raggiungerle, così come i clienti. Come sarebbe possibile recarsi in un centro commerciale, se esistesse un divieto di circolazione con l’auto?

Probabile, invece, che siano imposti divieti specifici alle attività commerciali e artigianali sulle insegne illuminate, risparmiando semmai quelle particolari come le farmacie.

Agli uffici pubblici potrebbero essere imposte limitazioni all’accensione dei condizionatori e del riscaldamento, fissando livelli più alti per le temperature minime in estate e più bassi per quelle massime in inverno. In casi più estremi, non possiamo escludere il ripristino del coprifuoco economico: attività chiuse dopo un certo orario, così come avvenne con i ristoranti negli anni Settanta dopo la mezzanotte. Sembrerebbe una misura incredibile, ma con la pandemia ci siamo abituati a questo e pure a peggio. E dinnanzi alle ristrettezze dei più, eventuali divieti sull’uso di barche e aerei privati riceverebbero il plauso pubblico. Anch’essi furono varati mezzo secolo fa. E prendersela con una esigua minoranza di “privilegiati” sarebbe il fumo negli occhi dei cittadini che i governi getterebbero per mostrarsi equi nel perseguire l’austerity.

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