Draghi vuole andare al Quirinale per scampare alla crisi dello spread

Dalla BCE si moltiplicano i segnali circa il possibile cambio di passo sui tassi d'interesse. E ora anche Draghi teme la crisi dello spread.

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Draghi teme la crisi dello spread

Il consigliere esecutivo della BCE, la tedesca Isabel Schnabel, ha rotto il muro di Francoforte sulla “temporaneità” dell’inflazione, avvertendo che il fenomeno potrebbe essere di lungo periodo. A tale proposito, ha messo in guardia dalla transizione ecologica, suggerendo ai governi di sostenere le fasce della popolazione più deboli contro il rialzo dei prezzi e dall’altro notando come l’istituto non potrebbe girarsi dall’altra parte. Uscendo dal gergo: serve il rialzo dei tassi d’interesse.

I mercati non hanno ancora iniziato a scontare sul serio una simile prospettiva, anche perché la BCE ha finora paventato una stretta monetaria non prima del 2023. Tuttavia, lo spread BTp-Bund a 10 anni è salito stabilmente a quasi 140 punti base. Il rendimento italiano decennale supera l’1,30%. A trainare entrambi sarebbe per il momento l’incertezza politica attorno alla figura di Mario Draghi: resterà premier? Andrà al Quirinale? E cosa accadrà al suo governo se diventasse presidente della Repubblica? E ancora: meglio averlo un anno in più al governo o avere la certezza di sette anni di mandato presidenziale, pur non incisivo come quello di premier?

Con la conferenza stampa di fine anno, Draghi ha lanciato nei fatti la sua candidatura al Colle da “nonno al servizio delle istituzioni”. Cosa lo abbia spinto a un simile passo resta un interrogativo. Forse, l’ex governatore BCE fiuta il rischio di finire nel dimenticatoio tra poco più di un anno, quando si terranno le elezioni politiche. Forse, ritiene che dal Quirinale potrà garantire per la tenuta del sistema Italia nei consessi internazionali. O forse, teme un’imminente crisi dello spread.

Crisi spread, i timori di Draghi sulla BCE

Può sembrare un paradosso che l’uomo che spense lo spread con il suo “whatever it takes” nel luglio 2012, oggi ne abbia paura.

Il fatto è che alla BCE non c’è più lui e, soprattutto, l’inflazione nell’Eurozona è salita al nuovo record del 5% a dicembre. Se già il “tapering” è stato annunciato con la cessazione del PEPP, adesso s’intravede all’orizzonte un rialzo dei tassi necessario per mantenere la stabilità dei prezzi. E i rendimenti italiani non possono che salire, così come tutti gli altri bond dell’area. Il problema è che da noi tendono a lievitare di più nelle fasi restrittive, scontando un aumento del rischio sovrano. Ed ecco la temuta crisi dello spread.

In condizioni monetarie meno espansive, probabile che il differenziale di rendimento tra Italia e Germania si allarghi più vicino ai 200 punti base. Uno smacco per l'”Uomo della provvidenza”, entrato a Palazzo Chigi come un liberatore dall’inettitudine della classe politica. Peggio: contro un’eventuale ascesa dello spread, Draghi avrebbe scarsi margini di manovra. A ridosso delle elezioni e con una maggioranza incoerente programmaticamente, non potrebbe tagliare il deficit più rapidamente delle previsioni. Esclusi tagli alla spesa pubblica e aumenti delle entrate, l’unica speranza sarebbe di riuscire a continuare a sostenere la crescita economica. La quale, tuttavia, dipende solo in minima parte dall’operato del governo. In assenza di riforme, sarebbe più in balia della congiuntura internazionale e sanitaria. Ecco perché Draghi vuole traslocare al Colle prima di essere associato alla crisi dello spread come un Berlusconi qualunque.

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