I robot ci ruberanno il lavoro? Sì, ma sarà un bene

I robot ci ruberanno il lavoro? Davvero saremo quasi tutti disoccupati tra alcuni anni? Cerchiamo di capirci di più.

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I robot ci ruberanno il lavoro? Davvero saremo quasi tutti disoccupati tra alcuni anni? Cerchiamo di capirci di più.

La robotizzazione dell’economia non fa dormire sonni tranquilli ai governi occidentali, le cui economie tecnologicamente avanzate starebbero per essere investite da un processo di sostituzione di massa del lavoro da parte delle macchine, con annessa eliminazione di milioni di occupati. Uno spirito neo-luddista sta prendendo piede nel dibattito pubblico, dove sempre più spesso emerge una crescente diffidenza verso la globalizzazione economica, in gran parte associata proprio con i robot che rubano il lavoro, specie quello meno qualificato.

(Leggi anche: Lavoro e robot: traccia prima prova maturità 2017)

Tema complesso, su cui si addensano le analisi di economisti, politici e persino magnati. Qualche giorno fa, il cinese Jack Ma, a capo di Alibaba, il sito di shopping online più famoso in Cina e tra i nuovi colossi mondiali di questi ultimi anni, ha invitato a guardare con ottimismo ai prossimi 30 anni, pur avvertendo sul rischio che questi possano essere “dolorosi”, sostenendo che entro il 2050 il carico medio di lavoro a settimana si ridurrebbe a 16 ore. “Lavoreremo forse 4 ore al giorno e per non più di 4 giorni a settimana”, ha dichiarato.

Le preoccupazioni degli stessi ambienti del capitalismo

Più preoccupate le riflessioni di uno dei più grandi e ricchi investitori al mondo, l’americano Warren Buffett, il quale addita quale causa principale delle difficoltà dell’odierna economia mondiale proprio l’enorme concentrazione della ricchezza in mano a pochi individui. L’uomo, a capo del fondo Berkshire Hathaway, spiega che pur essendo l’economia americana in buona forma, tanto che il pil pro-capite negli USA dovrebbe crescere di 19.000 dollari all’anno nel giro di una generazione, esistono timori per le ripercussioni che avrebbe il progresso tecnologico su alcune fasce della popolazione, cosa che farebbe a volte male “al lavoratore dell’acciaieria nell’Ohio”. (Leggi anche: Rivoluzione in banca: con fintech denaro gestito da robot)

Poche settimane fa, Bill Gates, patron di Microsoft, è arrivato a proporre di tassare i robot, visto che ruberebbero lavoro. L’idea era parte del programma elettorale dei socialisti in Francia alle presidenziali di aprile-maggio.

Ma della tecnologia dobbiamo avere paura? In futuro saremmo tutti disoccupati e senza reddito? Domande legittime, ma che accompagnano le riflessioni dell’uomo sin dalla prima rivoluzione industriale, quando si temette che l’introduzione delle macchine quale fattore fondamentale della produzione avrebbe soppiantato il lavoro e creato povertà diffusa. Sappiamo che le cose non sono andate esattamente in quella direzione.

Tecnologia e sviluppo (economico) vanno a braccetto

Per i più scettici, è opportuno fare mente locale su quanto sia accaduto negli ultimi decenni. Il boom della tecnologia dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad oggi non ha né ridotto il numero dei lavoratori, né aumentato la povertà. Prendiamo gli USA: nel 1970 tenevano occupate 64 persone su 100 in età lavorativa, oggi circa 70. A fronte di un aumento del tasso di occupazione, il numero delle ore pro-capite lavorate è crollato dalle 1.963 all’anno del 1950 alle 1.783 del 2016, -9,2%. (Leggi anche: Idea Bill Gates: tassare robot perché rubano il lavoro)

In Italia, negli ultimi 20 anni, il tasso di occupazione è cresciuto dal 50% a circa il 57% attuale. Nel frattempo, il numero delle ore lavorate è sceso in media da 1.856 a 1.730 all’anno. In Germania, si è passati in soli 10 anni da un’occupazione del 65% a una del 74%, mentre le ore medie lavorate all’anno sono scese da 1.554 nel 1990 alle 1.363 dell’anno scorso.

Lavorare meno e produrre di più

Complessivamente, nell’area OCSE si lavorava mediamente quasi 2.000 ore all’anno nel 1970 contro le attuali 1.763. E’ indubbio che in questi decenni siano stati registrati enormi progressi nell’ambito dello sviluppo tecnologia. Si pensi alla comparsa dei computer e della telefonia mobile prima e alla nascita e diffusione di internet dopo. Eppure, non solo i posti di lavoro non risultano diminuiti, ma persino cresciuti, mentre a scendere sono le ore trascorse al lavoro, segno di progresso e non certo di regresso economico, se è vero che il pil pro-capite nell’insieme delle economie avanzate sia aumentato di 11,7 volte dal 1970.

Dunque, oggi siamo più più ricchi di quasi 12 volte rispetto a nemmeno mezzo secolo fa, ma lavorando ciascuno di meno e in più persone.

E’ la conferma che la tecnologia non ha rubato lavoro, ma ha così tanto ampliato la ricchezza, da creare maggiori opportunità per tutti, specie nel settore dei servizi, riducendo il peso dell’industria (manifattura) e, soprattutto, quello dell’agricoltura nell’economia. (Leggi anche: Lavoro e robot, ecco le professioni destinate a scomparire entro il 2025)

Non saremo disoccupati, ma più liberi e ricchi

D’altra parte, non solo il passato, bensì pure la logica indurrebbe a guardare con maggiore ottimismo alla nuova rivoluzione post-industriale in corso. Se i robot rubassero il lavoro e riducessero sensibilmente il numero degli occupati, anche la massa dei redditi diminuirebbe e con essa il potere di acquisto. Di conseguenza, i prezzi dei beni e dei servizi prodotti si abbasserebbero strutturalmente, anche per effetto del progresso tecnologico, ma potenzialmente incrementando i (minori) redditi in termini reali e rilanciando i consumi. (Leggi anche: Bassa inflazione? Ecco come la tecnologia ha battuto le banche centrali)

In altre parole, quand’anche la tecnologia sostituisse temporaneamente  i lavoratori con le macchine, si innescherebbero meccanismi di riequilibrio tra domanda e offerta, tali da rendere acquistabili merci e servizi a prezzi inferiori e liberando reddito da destinare a un incremento dei consumi, il quale a sua volta richiederebbe un più alto numero di lavoratori. Si pensi al caso dell’agricoltura, che assorbiva dopo la Seconda Guerra Mondiale oltre la metà degli occupati, mentre oggi appena un cinquantesimo del totale. Eppure, la popolazione italiana è cresciuta nel frattempo di quasi un terzo e i consumi alimentari sono letteralmente esplosi, grazie al maggiore benessere.

Il numero degli addetti a un settore non esprime di per sé alcuna condizione di ricchezza, potenzialmente nemmeno quello complessivo, se minori risorse umane fossero indispensabili per produrre la stessa quantità di beni e di servizi. La produttività accresce i redditi e si traduce in maggiore ricchezza, oltre che in costi più accessibili, che sono proprio quei fattori che fanno stare meglio tutti.

Nel nostro futuro non ci sarebbe più povertà, ma maggiore tempo libero.

 

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