Quale riforma delle pensioni senza Draghi al Colle?

La riforma delle pensioni dovrebbe essere approvata entro la fine dell'anno e crescono i dubbi con la crisi della maggioranza in corso

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Cosa succede alla riforma delle pensioni

Al sesto giorno di votazioni per eleggere il nuovo presidente della Repubblica, il nome del successore di Sergio Mattarella non c’è. Avrebbe dovuto essere l’elezione più semplice di sempre, dato il nome del premier Mario Draghi in campo. Invece, è il caos. La maggioranza che sostiene il governo si sta sfaldando sotto gli occhi degli italiani. A questo punto, ci chiediamo se una riforma delle pensioni sia ancora possibile nei prossimi mesi e in quale direzione.

Il prossimo appuntamento è il 7 febbraio, quando il governo incontrerà i sindacati per fare il punto politico della situazione. Non sappiamo se per allora Draghi sarà ancora a Palazzo Chigi o al Quirinale. Più passano i giorni e più si complica la strada per la sua elezione a presidente della Repubblica. Cosa accadrebbe alla riforma delle pensioni, se Draghi restasse alla guida del governo?

In teoria, non sarebbe una buona notizia per i lavoratori a caccia di “flessibilità” in uscita. Il premier è stato chiaro a dicembre, quando incontrando i sindacati sul tema ha prospettato sì un po’ di flessibilità, ma facendo salva la sostenibilità del sistema previdenziale. In concreto, significa che alcune concessioni per evitare il ritorno sic et simpliciter alla legge Fornero vi saranno, a patto che non gravino sui conti dell’INPS. L’unica soluzione pratica possibile è puntare sull’anticipo dell’età pensionabile dietro erogazione dell’assegno solo con il calcolo contributivo.

Riforma pensioni, i due scenari principali

In tal senso, ad esempio, va la proposta del presidente dell’INPS, Pasquale Tridico, secondo cui si potrebbe varare la seguente riforma delle pensioni: uscita dal lavoro a 64 anni, ma solo con la quota dell’assegno calcolata con il contributivo.

A 67 anni, il lavoratore riceverebbe anche la quota retributiva, cioè l’assegno pieno. Questa flessibilità consentirebbe ai lavoratori di anticipare l’età della pensione con un assegno temporaneamente ridotto, al contempo pesando pochissimo cui conti pubblici; addirittura, il saldo diverrebbe attivo dopo qualche anno per lo stato.

Tuttavia, Draghi costretto a restare al governo si ritroverebbe a guidare una maggioranza litigiosa e uscita verosimilmente a pezzi dalla prova Quirinale. Due e opposte le possibili conseguenze: 1) prende in mano i dossier politici più scottanti e, indispettito per la sua mancata elezione, smette di guardare in faccia chicchessia, tirando dritto per la sua strada. In questo scenario, la riforma delle pensioni conterrebbe poche soluzioni favorevoli ai lavoratori; 2) il governo è così indebolito dal clima pre-elettorale,h da non potersi permettere eccessiva rigidità sul tema. Attenzione, perché anche in questo scenario più favorevole ai lavoratori bisognerà fare i conti con l’oste: i conti pubblici non permettono colpi di testa. Nuove quote o pre-pensionamenti insostenibili non sembrano più possibili. Anche perché l’Europa ci guarda e prima di darci un solo euro con i fondi del Recovery, vorrà verificare che non li sciupiamo in logiche clientelari.

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