Addio alla plastica monouso, ma rischia anche la carta per cibi e bevande: e l’industria italiana rischia di sparire

La direttiva comunitaria del 2029 entrerà in vigore dal prossimo 3 luglio e già sono a rischio migliaia di posti di lavoro in Italia

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Addio alla plastica monouso

Si chiama direttiva SUP (Single Use Plastics), fu varata dalla Commissione europea nel 2019 ed entrerà in vigore dal prossimo 3 luglio, cioè da questo sabato. Vieterà la vendita di plastica monouso, anche se biodegradabile. L’obiettivo consiste nel ridurre i rifiuti di plastica del 50% entro il 2025 e dell’80% entro il 2030. A preoccupare l’Unione Europea è, soprattutto, la presenza di questi rifiuti sui fondali marini. Ebbene, Bruxelles ci è andata giù con l’accetta. Saranno vietati stoviglie (bicchieri, piatti e posate) in plastica monouso, così come cannucce, cotton fioc e ogni altro prodotto per cui esistano in commercio alternative riutilizzabili.

La scure si abbatterà anche contro l’industria della carta, perché basterà che questa sia ricoperta anche in minima parte di una pellicola di plastica per rientrare nella direttiva. Tuttavia, in questo caso sarà consentita una riduzione progressiva dal 2022 al 2026, in attesa di una verifica complessiva prevista per il 2027. Sul punto, l’Italia ha cercato una mediazione dell’ultimo minuto, ma senza che sortisse l’effetto sperato. La posizione del governo Draghi era semplice: commisurare la riduzione dei consumi non all’intera produzione, bensì alla sola componente della plastica.

Di cosa stiamo parlando? Della carta utilizzata dalla ristorazione veloce, specie per avvolgere il cibo. Un’industria italiana, che pesa per il 35% del mercato europeo e che occupa 50.000 addetti. E vi sarebbero effetti negativi per il comparto ristorazione, attorno al quale gravitano 8 milioni di addetti. Insomma, per dirla con le parole del presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, la Commissione europea avrebbe deciso di eliminare un’intera industria. Peccato che la politica a Roma si sia svegliata troppo tardi. Aveva avuto due anni di tempo per rivedere la direttiva comunitaria, mentre li ha sprecati come sempre, salvo oggi lagnarsi delle possibili conseguenze negative per la nostra economia.

Plastica monouso, l’Italia si sveglia tardissimo

Nel governo Draghi, hanno espresso perplessità sia il ministro dello Sviluppo, Giancarlo Giorgetti, sia il collega alla Transizione ecologica, Roberto Cingolani. Quest’ultimo ha notato come la Commissione avrebbe fornito una definizione ambigua di “plastica monouso”, perché vi includerebbe quella biodegradabile, quando la stessa Bruxelles sta finanziando progetti per potenziare la produzione di quest’ultima. Insomma, più che le solite storture burocratiche dei commissari, qui emerge l’assenza dei rappresentanti italiani nel corso dell’ultimo biennio. Forse, l’ex premier Giuseppe Conte era troppo impegnato a giocare il ruolo del convinto europeista e ambientalista per occuparsi di una materia così delicata.

Quanti piatti, bicchieri e posate di plastica monouso consumiamo ogni anno noi italiani? Secondo una stima pre-Covid, citata in questi giorni dal presidente di Plastic Consult, Paolo Arcelli, all’incirca sulle 100.000 tonnellate all’anno. Calcolando un peso cadauno di 5 grammi, avremmo qualcosa come 20 miliardi di pezzi, uno al giorno per ciascun italiano. Le alternative riciclabili ci sono, per cui probabilmente non perderemo il “vizio” di usare prodotti di plastica per un pasto fuori casa o anche solo per evitare di lavare dopo aver mangiato. Tuttavia, costano molto di più e, pertanto, si prevede che i consumi diminuiranno.

Quanto alla tempistica della direttiva, dal 3 luglio scatta il divieto di vendita dei prodotti in plastica monouso che non siano stati già acquistati dai grossisti. In teoria, le imprese del settore potrebbero produrre a più non posso per consegnare scorte sufficienti per mesi e anni ai grossisti entro il 3 luglio. Tuttavia, non si registra alcuna tendenza in tal senso. Quindi, questione al massimo di poche settimane e davvero sarà la fine di un’era. Con buona pace delle migliaia di posti di lavoro a rischio, per giunta in un periodo nero come quello della pandemia. In cambio, avremo i fondali marini meno inquinati, a meno che il resto del mondo non continui a fare come gli pare.

Perché il bello dell’Unione Europea è sempre questo: fingere che all’infuori dei propri confini il pianeta non esista o segua pedissequamente ciò che scarabocchiano i suoi commissari tutti i giorni.

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