Perché il petrolio ha perso il 10% in una settimana e a cosa è dovuto il crollo di giovedì scorso

Prezzi in picchiata nella giornata di giovedì, il peggiore tracollo in un'unica seduta dallo scorso mese di aprile

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Petrolio a -10% in una settimana

Giovedì 18 marzo è stata la seduta più drammatica per il petrolio dall’aprile dello scorso anno, quando le quotazioni precipitarono sottozero per il WTI e si schiantarono a poco sopra i 16 dollari al barile per il Brent. In una sola giornata, il greggio americano si è deprezzato dell’8,68% a 58,99 dollari e il secondo dell’8,01% a 62,55 dollari. Se considerate che i prezzi avevano toccato un massimo sopra i 70 dollari nel corso della seduta dell’11 marzo, in appena una settimana si sono ritratti del 10%.

Il tonfo è arrivato parzialmente inatteso, per quanto un po’ tutti gli analisti credessero che la soglia dei 70 dollari non fosse agganciabile stabilmente in questa fase. In effetti, preoccupa la domanda. Il boom dei prezzi, che sono arrivati a guadagnare il 35% quest’anno, lo si deve essenzialmente alla minore offerta disponibile, grazie al taglio delle estrazioni deciso dall’OPEC. L’Arabia Saudita ha esteso al mese di aprile il taglio auto-imposto di 1 milione di barili al giorno. Ma quanto durerà?

C’è un dato a cui dovremmo guardare per capire. Nelle prime due settimane di marzo, la produzione americana è salita a 10,9 milioni di barili al giorno, recuperando le perdite accusate nella seconda metà di febbraio, a causa del maltempo che ha impedito particolarmente nel Texas di estrarre gran parte del greggio. In un certo senso, era stato anche quel tonfo dell’offerta ad avere accentuato la corsa delle quotazioni nelle settimane precedenti. Gli USA restano, comunque, a circa 2 milioni di barili al giorno sotto i massimi toccati prima della pandemia.

Il petrolio a 70 dollari ci costa meno del periodo prima del Covid, ma +130% dal marzo 2020

Domanda debole, ripresa europea al palo

I sauditi puntano a salvaguardare le proprie quote di mercato e ad impedire allo “shale” americano di riprendersi e di soffiare loro clientela in Asia.

Per questo, non appena verificheranno che le estrazioni negli USA torneranno a crescere oltre i livelli di guardia, spingeranno in basso i prezzi, aumentando la propria produzione e quella del resto dell’OPEC. A meno che la domanda più che compensi la maggiore offerta, i prezzi sarebbero destinati effettivamente ad arretrare.

Proprio la domanda è l’anello debole del mercato, in questa fase. Se l’America sta tornando lentamente alla normalità e si attende che quest’anno cresca robustamente, superando forse persino i livelli pre-Covid, il PIL nell’Eurozona dovrebbe contrarsi anche nel trimestre in corso, mentre le prospettive di crescita a medio termine appaiono meno promettenti alla luce del semi-flop della campagna vaccinale nella UE. Le somministrazioni procedono a rilento e ciò impedisce ai governi di riaprire le rispettive economie, allentando le restrizioni. Del resto, i contagi galoppano e il numero dei decessi resta alto.

Non è solo il greggio a ripiegare. Dai massimi toccati a fine febbraio, i metalli industriali perdono più del 5% e il rame, in particolare, il 5,5%. Variazioni un po’ scontate e nella norma, ma che nell’insieme ci fanno capire come i mercati ritengano di aver fatto il passo più lungo della gamba, dando troppo presto per scontato quello che scontato non era e continua a non essere. Le quotazioni si sono pressappoco riportate ai livelli pre-Covid, l’economia globale non ancora. Il Vecchio Continente non è ripartito e forse non lo farà nemmeno nel secondo trimestre.

Così l’Arabia Saudita tiene sotto scacco alleati e Occidente con il balzo del prezzo del petrolio

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