Partite IVA sotto attacco, ecco tasse e oneri dal 2020

Le partite IVA saranno sottoposte a misure "punitive" con la legge di Stabilità 2020. Via la "flat tax" sopra i 65.000 euro, ritorno al regime dei minimi e percorso ad ostacolo per ottenere i benefici con la fatturazione elettronica.

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Le partite IVA saranno sottoposte a misure

Cattive notizie in arrivo per il popolo delle partite IVA. Il Consiglio dei ministri di martedì sera ha esitato una legge di Stabilità per il 200 parecchio punitiva per i lavoratori autonomi. Anzitutto, dal 2020 non entrerà in vigore la “flat tax” al 20% per i titolari di ricavi tra 65.001 e 100.000 euro all’anno.

Era stata una pretesa della Lega con la scorsa manovra di bilancio. E anche per le partite IVA con ricavi fino a 65.000 euro la musica cambia, perché l’imponibile sarà determinato non più calcolando a forfait le spese da detrarre dal fatturato, bensì tenendo conto di quelle effettivamente sostenute, le quali andranno chiaramente dimostrate. Di fatto, diventerà un ritorno al vecchio regime dei minimi con il metodo analitico, quando sembrava assodata la conquista della semplificazione fiscale per almeno questa fascia di reddito.

Si lascia intendere nel testo licenziato che coloro che accederanno al regime dei minimi otterranno benefici con la fatturazione elettronica, a patto che non vi siano le cosiddette “cause ostative”, come il sostenimento di spese per beni strumentali di oltre 20.000 euro e per le retribuzioni di dipendenti e collaboratori di oltre 20.000 euro all’anno; lo stesso vale per i lavoratori dipendenti con redditi superiori a 30.000 euro.

Più tasse e burocrazia

Tre saranno le implicazioni sostanziali dall’anno prossimo per le partite IVA: aumento dell’imposizione fiscale rispetto alle previsioni legislative che sarebbero dovute entrare in vigore per chi fatturerà tra 65.000 e 100.000 euro; maggiori incombenze fiscali per anche coloro che fattureranno fino a 65.000 euro, a causa della necessità di dimostrare le spese sostenute ai fini del calcolo dell’imponibile. Infine, il rischio per i secondi di uscire dal regime dei minimi al verificarsi di una delle suddette cause ostative, la cui conseguenza pratica sarà la sottoposizione alle aliquote Irpef ordinarie, che vanno dal 23% al 41% (sopra i 55.000 euro) per le relative fasce di reddito.

Le opposizioni parlano di “attacco al ceto medio”, mentre nella maggioranza è scontro tra PD e Movimento 5 Stelle, con Luigi Di Maio a chiedere di rivedere le misure appena varate dal Cdm.

Fatto sta che se c’è una categoria che esce piuttosto malconcia con l’ultima manovra di bilancio, è il lavoro autonomo, circa 5 milioni di italiani. A quanto sopra detto si aggiunga l’obbligo di accettare i pagamenti con carte di credito e bancomat, ovvero la sanzione resa apparentemente più effettiva per chi non si dotasse di POS, perché senza prima accertarsi del contenimento delle commissioni e dei costi relativi, si rischia di zavorrare i redditi di commercianti e agenti e, in generale, di quanti ricavino bassi margini su elevati volumi di fatturato e sui quali insisteranno proprio le commissioni.

 

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