Quando in Italia saranno le ore 20, la Federal Reserve rilascerà il suo primo comunicato dell’anno per dare notizia sui tassi di interesse. Gli analisti e i mercati si aspettano che li lasci al range attuale del 5,25-5,50%. Tutta l’attenzione è riservata ai segnali circa la tempistica del primo taglio dei tassi. Che la stretta monetaria si sia conclusa, è pacifico. Pur non formalmente, dato che la Fed continua a segnalare nei suoi comunicati ufficiali nuovi possibili aumenti dei tassi futuri.

Ed è probabile che stasera, invece, quel riferimento sarà cancellato per preparare i mercati alla svolta.

Inflazione e rischio recessione

Proprio ieri, il Fondo Monetario Internazionale ha lanciato un avvertimento sui tassi: attenzione a tagliarli troppo presto, ma anche ad esitare troppo prima di farlo. Che detto così, verrebbe da rispondergli ironicamente “grazie per il consiglio”. Tutte le principali banche centrali hanno attualmente lo stesso problema: quando iniziare a tagliare i tassi? Il rischio è di farlo con un certo anticipo, proprio mentre le dinamiche dell’inflazione rischiano di accentuarsi nuovamente con le tensioni in corso in Medio Oriente.

Ma esiste il rischio opposto di tentennare troppo e di indebolire l’economia al punto da spedirla in recessione. A dire il vero, riguarda più che altro l’Eurozona. Gli Stati Uniti continuano a crescere a ritmi relativamente sostenuti, anche giovandosi di una politica fiscale molto espansiva. D’altra parte, siamo in un anno elettorale. Il governatore Jerome Powell sente la responsabilità su di sé di non combinare casini. Tendenzialmente, quando gli americani vanno a votare le condizioni monetarie risultano relativamente accomodanti.

Primo taglio tra marzo e aprile

Il mercato sconta un primo taglio dei tassi Fed già a marzo, pur con probabilità inferiori al 50%. A maggio, invece, l’allentamento è dato per certo. Entro fine anno, il costo del denaro è atteso al 4,25%. Ciò implica che Atlanta lo avrà ridotto per cinque volte dello 0,25% ciascuna.

Il rischio per gli investitori di avere compiuto il passo più lungo della gamba esiste. L’inflazione negli Stati Uniti a dicembre era risalita al 3,4%. Il dato “core” era sceso di poco al 3,9%. Numeri nettamente superiori ancora al target del 2%.

Tra l’altro, le stesse aspettative del mercato restano superiori al 2% da ben tre anni. Il “breakeven” a 5 anni è al 2,25%. A questi dati Powell e il suo board guardano per capire come muoversi. Offre loro un assist il dollaro, che resta “super” e consente di guardare con relativa fiducia al breve termine. Un cambio forte riduce il costo dei beni importati e tende, quindi, a disinflazionare l’economia. I segnali che arrivano dai T-bond sono chiari: i tassi scenderanno velocemente nei prossimi trimestri. La scadenza a 2 anni rende poco più del 4,30% dal picco sopra il 5,20% toccato in ottobre. Essa tende a riflettere le condizioni monetarie della Fed.

Sui tassi BCE spera in anticipo Fed

Se stasera emergesse l’apertura della Fed a un primo taglio dei tassi già a marzo, la Banca Centrale Europea vivrebbe con minore apprensione le sue prossime azioni. Quale che fosse la sua decisione, infatti, si ridurrebbe il rischio di anticipare l’avvio della svolta. Francoforte non vuole fare la prima mossa, perché teme di sbagliare come fece due anni fa temporeggiando troppo sulla stretta. E il cambio euro-dollaro resta depresso sotto 1,10, mentre la crisi in Medio Oriente tende a colpire l’Eurozona più direttamente sotto forma di prezzi al consumo più alti.

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