L’Iran dovrà sedersi al tavolo del negoziato con gli USA di Biden o perderà il suo “impero”

La Repubblica Islamica non può permettersi di snobbare l'invito degli americani a trattare un nuovo accordo sul nucleare, anche se la Cina le sta dando una mano

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L'Iran dovrà piegarsi a Biden

Teheran risponde picche all’amministrazione Biden, che le ha chiesto di tornare a sedere al tavolo del negoziato per mettere mano a un nuovo accordo nucleare, a patto di sospendere il programma di arricchimento dell’uranio. L’ayatollah Khameini ha dichiarato circa un mese fa che prima gli USA dovranno ritirare tutte le sanzioni comminate contro l’Iran, sostenendo che siano stati loro ad avere stracciato il vecchio accordo e, pertanto, spetterebbe a loro dimostrare l’intenzione di tornare sui propri passi.
La verità è che le elezioni presidenziali di giugno spingono le parti a prendere tempo. Nessuno a Teheran vuole sbilanciarsi sul tema, anche perché è molto probabile che gli elettori votino il candidato più conservatore e ostile all’Occidente come prossimo capo dello stato. Ma tutto l’Iran può permettersi, tranne che di ignorare Washington. Il peso delle sanzioni è stato pesante per la sua economia. Nell’esercizio 2018/2019 il PIL è sceso del 5,4%, mentre nel 2019/2020 si è contratto di ben il 6,5%, complice la pandemia. E ancora quest’anno dovrebbe arretrare di un altro 3,7%, stando alle stime della Banca Mondiale.
Se nel 2018, l’Iran aveva esportato la media di 2,8 milioni di barili di petrolio al giorno, nel 2020 era sceso ad appena 300 mila. Parliamo di 2,5 milioni di barili al giorno in meno, una enormità per un’economia fortemente dipendente dal greggio e che proprio per questo sta assistendo al collasso del cambio sul mercato nero e al boom dell’inflazione, esplosa nei pressi del 50%. La carenza di beni sugli scaffali dei supermercati è diffusa, così come anche povertà e disoccupazione.

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Scricchiola l'”impero” iraniano

E l’Iran non va considerato come uno stato a sé stante, bensì come un piccolo “impero” con stati-satellite ad esso subordinati.

Essi sono Siria, Libano e Iraq. E qui arrivano i dolori per Teheran, dato che parliamo di tre economie con enormi problemi. Il PIL libanese è crollato del 19% nel 2020 e quest’anno dovrebbe implodere di un altro 13%. Nel frattempo, l’80% della popolazione sarebbe caduto in povertà e l’inflazione è esplosa sopra il 145%, mentre il cambio è precipitato dell’85% rispetto al tasso ufficiale. In Siria, per la prima volta la lira contro il dollaro è arrivata a scambiare a oltre 4.000, perdendo circa un quarto del suo valore in un mese. Fino alla guerra civile del 2011, il cambio era ancora fissato a 1:47. In Iraq, le entrate fiscali dipendono quasi totalmente dal petrolio e lo stato è rimasto a corto di liquidità.
L’Iran esercita una grossa influenza su questi stati, ma non è più nelle condizioni di sostenerli finanziariamente. In un certo senso, la debolezza di tali economie ha finora garantito a Teheran una forte presa politica, attraverso le milizie che utilizza a suo favore in quei territori. Si pensi, ad esempio, ad Hezbollah a Beirut. Tuttavia, l’estrema debolezza non è uno scenario rassicurante per il mantenimento della sfera d’influenza. Le popolazioni di questi stati rischiano di rivoltarsi contro i governi amici dell’Iran, rovesciandoli a favore di soluzioni politiche meno desiderate e incontrollabili. In questo senso, il caso libanese di questi mesi appare il più lampante.

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L’aiutino della Cina e il fronte saudita

L’unico modo che l’Iran ha per cercare di salvaguardare la sua influenza nel Medio Oriente sarebbe di tornare a crescere, cioè ad esportare petrolio. E per farlo, dovrà negoziare con gli USA, accettandone le condizioni, vale a dire rinunciando al programma nucleare per scopi militari. Se finora non corre a sedersi al tavolo delle trattative con gli americani è senz’altro per orgoglio, oltre che per calcolo politico, ma anche probabilmente per l’aiuto sotterraneo che sta ricevendo dalla Cina, le cui importazioni di greggio iraniano stanno aumentando di mese in mese sulla considerazione da parte di Pechino che l’amministrazione Biden, contrariamente a quella guidata da Donald Trump, non calcherà la mano sulle sanzioni.

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A dicembre, le esportazioni di greggio dall’Iran sono aumentate a 710 mila barili al giorno, in netta crescita dai 490.000 di ottobre. E Teheran ha annunciato esplicitamente di avere un piano per continuare ad accrescerle, indipendentemente dalla permanenza o meno delle sanzioni USA. Considerando che da inizio anno le quotazioni siano già cresciute del 30%, la pressione sulle casse statali iraniane si sta riducendo e con essa la fretta della politica di trovare una soluzione di compromesso con Washington. Ma la Casa Bianca non tratterà mai da una posizione di debolezza e se dovesse fiutare che la Cina stia agendo per affievolirne il potere negoziale contro l’Iran, probabile che prima di riaprire le trattative farà rispettare sul serio le sanzioni già comminate, dissuadendo i clienti cinesi (e non solo) dall’acquistare greggio iraniano.
Non si sottovaluti, poi, il fronte saudita. L’Iran sostiene i ribelli Houthi nello Yemen, i quali anche nei giorni scorsi sono tornati ad attaccare un impianto petrolifero di Aramco attraverso l’uso di droni. Riad sta evitando di rispondere direttamente, ma è un dato di fatto che non potrà più tollerare che milizie sostenute dall’ayatollah colpiscano i propri territori. L’allentamento della tensione con gli USA servirà a Teheran anche per coprirsi sul fronte saudita. Non può sperare di spuntarla venendo attaccata da più fronti contemporaneamente.

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