In Libano tensione alle stelle per il crollo del cambio, i militari rimuovono i blocchi stradali

Manifestazioni di protesta contro il crac della lira. L'esercito interviene con blitz per chiudere i negozi di cambiavalute, ma si tratta di un palliativo. Beirut aspetta il nuovo governo da ben 7 mesi.

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Il collasso della lira inguaia i libanesi

Ieri, l’esercito ha iniziato a rimuovere i blocchi stradali dopo giorni di proteste da parte di migliaia di manifestanti che hanno protestato contro la povertà dilagante, accentuata dal crollo della lira libanese sul mercato nero. Anziché andare allo scontro, i militari hanno cercato il dialogo con le persone. Ma la situazione resta tesissima. Martedì, il tasso di cambio contro il dollaro risultava esploso a 10.500, 200 in più rispetto al giorno precedente. Considerate che il cambio ufficiale è ancora fissato a circa 1.510 lire contro un dollaro, per cui sul mercato nero la valuta risulta più debole dell’85%.
Il collasso del cambio aggrava la crisi economica, accelerando l’inflazione sull’aumento dei costi dei beni importati. A dicembre, già essa era salita sopra il 145% su base annua, trainata dal +400% accusato dai generi alimentari. Di fatto, i salari reali stanno collassando. Nelle scorse settimane, il presidente Michel Aoun aveva ordinato al governatore centrale Riad Salameh l’apertura di un’indagine per capire le ragioni di questo collasso valutario. L’esito è arrivato proprio in questi giorni e, come da attese, è stato disarmante. Salameh ha ammesso di non poter fare nulla per contrastare tale indebolimento, non disponendo di riserve valutarie sufficienti per difendere la lira. Inoltre, ha chiarito che la banca centrale non può intervenire sul mercato nero, dove i corsi si muovono sulla base della domanda e dell’offerta.

La Banca del Libano blocca gli aiuti esteri e aggrava il collasso dell’economia

 

I blitz contro i cambiavalute non servono a nulla

Purtroppo, stavolta il governatore ha ragione. Il crollo della lira dipende da fattori strutturali, ossia dalla fuga dei capitali. Oltre alla crisi dell’economia e fiscale in corso, vi è anche quella politica ad allarmare i libanesi.

Da 7 mesi restano in attesa del nuovo governo, ma il premier incaricato Saad Hariri non riesce a sbloccare l’impasse. Egli vorrebbe nominare 18 ministri tecnici per sottrarre l’esecutivo alla solita spartizione delle cariche tra fazioni religiose contrapposte. Tuttavia, ad oggi non gode del sufficiente sostegno per imprimere a Beirut la svolta tanto attesa dalla comunità internazionale.
Il governo sta cercando di rispondere alla crescente rabbia popolare con azioni di cortissimo respiro, palliativi per dare l’idea che si stia facendo qualcosa per rispondere alle richieste della gente comune. E così, alcuni blitz militari hanno portato alla chiusura di negozi di cambiavalute nelle città di Tire e Chtaura, sigillati con cera lacca. Vietata la vendita di dollari anche sulle piattaforme online, mentre alcune perquisizioni si sono avute presso le abitazioni in cui notoriamente avvengono scambi di valuta.
E’ evidente che queste azioni non servano a nulla, se non a guadagnare qualche giorno di tempo. Ma l’assenza di riforme strutturali, anzi persino di un governo che dovrebbe attuarle, nei fatti non migliora le prospettive e breve e medio termine per l’economia libanese, dove l’80% della popolazione vivrebbe ormai sotto la soglia di povertà.

Come può il mondo aiutare il Libano, se il Libano non intende salvare sé stesso?

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