L’economia italiana non cresce, perché è poco libera

Libertà economica bassa in Italia, dove lo stato continua ad assumere un peso rilevante, frenando la crescita. Gli stati più liberi, al contrario, mostrano maggiore dinamicità economica.

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Libertà economica bassa in Italia, dove lo stato continua ad assumere un peso rilevante, frenando la crescita. Gli stati più liberi, al contrario, mostrano maggiore dinamicità economica.

Il ritorno allo stato-imprenditore in Italia sembra essere diventata la soluzione a tutti i mali della nostra economia. Dopo il salvataggio pubblico e l’ingresso nel capitale di MPS, il Tesoro sta per fare la sua parte, insieme alle Ferrovie di proprietà anch’essa pubblica, per arrivare al 50% di Alitalia. Sembrerebbe che il problema del nostro Paese sia l’eccesso di mercato, quando risulta l’esatto contrario.

Heritage Foundation monitora il grado di libertà economica di 162 stati del mondo, attraverso 42 indicatori, raggruppati in 5 categorie: peso dello stato, sistema legale e diritti di proprietà, moneta, libertà di commerciare con l’estero e regolamentazione su imprese, credito e lavoro. Nel 2018, l’Italia si è collocata al 78-esimo posto con 62,50 punti, rientrando così tra le economie “moderatamente libere”. Il punteggio è uguale a quello dell’anno precedente, anche se abbiamo perso una posizione. Rispetto al 2000, lo abbiamo migliorato di appena 0,60 punti, ma da allora siamo scesi di 11 posizioni.

Equità sociale e libertà economica vanno a braccetto, lo dimostrano questi dati

A titolo di confronto, la Spagna è passata dal 1995 – primo anno delle rilevazioni – ad oggi da 62,80 a 63,90 punti, superandoci per tutto il tempo, tranne che nel 1996. La Francia aveva un punteggio di 64,40 punti a metà degli anni Novanta, superiore al nostro 61,20, anche se successivamente ha iniziato a fare peggio fino al 2007, anno successivamente al quale è tornata in vantaggio, attestandosi ai 63,90 punti del 2018, grazie anche alle prime riforme economiche dell’era Macron, tra cui quella sulla legislazione del lavoro.

La Germania partiva con 69,80 punti già nel 1995 e lo scorso anno stava a 74,20 punti, rientrando tra le economie “ampiamente libere”. Ancora meglio hanno fatto e continuano a fare gli stati anglosassoni, come USA e Regno Unito. L’economia britannica esordiva le rilevazioni con 77,90 punti, sopra gli stessi 76,70 degli USA, arrivando ai 78 punti del 2018, davanti ai 75,70 di questi ultimi, i quali si erano portati in testa tra il 2001 e il 2015. Anche questi due paesi fanno parte delle economie “ampiamente libere” e il Regno Unito, anzi, si avvicina agli 80 punti necessari per fare parte delle economie semplicemente “libere”, un club ristrettissimo di soli 6 paesi, stando ai dati del 2018, ossia Hong Kong (90,20), Singapore (88,80), Nuova Zelanda (84,20), Svizzera (81,70), Australia (80,90) e Irlanda (80,40).

Il binomio libertà-crescita

Guarda caso, tra il grado di libertà economico riscontrato e il tasso di crescita medio delle suddette economie sembra sussistere una correlazione diretta positiva. Tra le grandi, l’Italia è quella che cresce meno, che non ha nemmeno recuperato i livelli di ricchezza del 2007, perduti con la crisi esplosa l’anno successivo. La Spagna ha compiuto grandi passi in avanti, riuscendo dalla metà degli anni Novanta a crescere a ritmi inconsueti per le altre economie, sebbene siano state più il riflesso di livelli di ricchezza di partenza ancora relativamente bassi. In effetti, il suo pil pro-capite si attesta oggi sui livelli italiani, tenuto conto del costo della vita. La Francia è l’altra grande economia che da tempo cresce poco, seppure a ritmi superiori ai nostri. E Parigi condivide con Roma un elevato peso dello stato nell’economia, anzi ne possiede uno nettamente superiore, con una spesa pubblica nell’ordine del 56-57% del pil e ben 5 milioni di dipendenti pubblici, 2 in più di quelli italiani, per non parlare della regolamentazione minuziosa e soffocante di ogni aspetto del mercato.

Libertà economica, le larghe intese affondano l’Italia all’86-esimo posto

La Germania, che il resto d’Europa invidia per il suo modello economico efficiente, votato all’export e i suoi tassi di crescita non eclatanti, per quanto sufficientemente robusti, risulta dopo il Regno Unito il secondo paese tra i grandi del continente per libertà economica. L’America resta l’America, anche se attualmente offre un punteggio più basso di quello britannico. Questi numeri, che potrebbero anche sembrarci inconsistenti, segnalano i mali della nostra economia, accomunata alle altre del Mediterraneo per scarsa tutela del mercato. In effetti, siamo superati al ribasso solo dalla Grecia, a cui nel 1995 veniva assegnato il nostro stesso punteggio e che nel 2018 risultava a 57,30, pur in recupero dal minimo di 53,20 punti del 2016.

Il Portogallo in 23 anni ha guadagnato 1 solo punto, salendo a 63,40, sopra di noi per tutto il tempo di riferimento.

In soldoni, abbiamo un’Europa del sud che non cresce o cresce poco per via di un paternalismo dirigista degli stati, che i governi ritengono essere la soluzione ai problemi delle rispettive economie, mentre con ogni evidenza ne costituisce una concausa forte. Come abbiamo visto con la Grecia, difficile che anche l’intervento esterno – in quel caso, dei creditori – sortisca effetti duraturi e concreti nel modo di intendere la governance, perché la cultura di un popolo non la si muta da un anno all’altro e né forse nell’arco di qualche decennio. L’Italia è la perfetta rappresentazione di questa cultura poco incline al libero mercato, alla quale non sfugge nemmeno la Francia, come dimostrano ampiamente le proteste dei “gilet gialli”, che pur motivate dal disagio sociale, riflettono il modo di pensare di settori diffusi della società transalpina, ostili alle riforme e secondo cui lo stato deve continuare a fare da padre e non da arbitro.

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