L’assalto al tempio della democrazia in America è figlio di una crisi di tutto l’Occidente

Istituzioni americane vilipese nel giorno in cui avrebbe dovuto essere ratificata la vittoria di Joe Biden. Le tensioni negli USA vanno di pari passo a quel che accade nel resto dell'Occidente.

di , pubblicato il
La crisi dell'Occidente nell'assalto al Campidoglio

Ci sono immagini che restano nella storia per la loro valenza. E quelle di ieri a Capitol Hill, il Campidoglio di Washington, non saranno dimenticate presto. Un gruppo di facinorosi ha fatto irruzione in quello che siamo abituati a definire da qualche secolo a questa parte “il tempio della democrazia”, spaccando finestre e cercando di bloccare la ratifica dell’elezione di Joe Biden a presidente degli Stati Uniti da parte del Congresso. Il bilancio degli scontri con le forze dell’ordine è pesante: 4 morti. Poco prima, il presidente uscente Donald Trump aveva tenuto un comizio proprio a quattro passi da Capitol Hill, ribadendo ai manifestanti accorsi ad ascoltarlo che le elezioni del 3 novembre scorso sarebbero state truccate e che non avrebbe riconosciuto la sconfitta.

Di fatto, quasi all’unanimità il mondo politico americano adesso riconosce il tycoon il mandante morale, se non quasi materiale, di questa spedizione senza precedenti nei palazzi del potere. Un simbolo della civiltà occidentale è stato profanato. Stamattina, l’America si risveglia meno forte e autorevole nel mondo. Da molti decenni, se ha potuto svolgere il ruolo di superpotenza e di poliziotto globale, ciò le è stato possibile in virtù della rinomata solidità delle sue istituzioni democratiche. In fondo, non puoi “esportare la democrazia” se ne nei carente.

Ecco, da ieri tutto questo è un po’ meno scontato, o almeno sarà meno immediato per il governo americano farsi riconoscere senza se e senza ma come un interlocutore indiscusso sul piano geopolitico. Ma la crisi della democrazia americana non è nata ieri pomeriggio. Da molto tempo, il sogno americano è qualcosa che ha smesso semplicemente di esistere per molti. Non che sia una nazione caduta in disgrazia.

Resta pur sempre quella splendida terra, in cui partendo dal nulla si può arrivare ai vertici della piramide sociale, grazie all’impegno, allo studio, alla voglia di farcelo e a quel “self-confidence” che è più americano che mai. Semplicemente, vale per sempre meno persone.

Sogno americano si trasformerà in incubo con la fine dei petrodollari

Le debolezze dell’America e dell’intero Occidente

I dati macro ci dicono che la grandezza americana si regge su un alto livello di indebitamento pubblico e privato. Molte famiglie tirano avanti con la carta di credito, molti studenti con i prestiti universitari e lo stato continua a spendere strutturalmente più di quanto incassa dai contribuenti. Il sistema si regge grazie a una politica monetaria tendenzialmente accomodante anche nelle fasi positive per l’economia. Dal 2008, la Federal Reserve interviene sui mercati attraverso programmi di acquisto noti come “quantitative easing”. Essi hanno dato una mano all’occupazione e ai consumi, ma più che altro sono finiti per alimentare la speculazione finanziaria, creando un nucleo di iper-ricchi, di cui solo oggi la politica americana trasversalmente si accorge dello strapotere, economico e persino mediatico, ergo politico. E grazie anche alla tecnologia, pochi colossi travolgono la concorrenza e danno vita a quasi monopoli di mercato, mandando in rovina attività commerciali, artigianali e industriali.

La crisi dell’America è di tutto l’Occidente. Basti guardare a cosa sia l’Unione Europea di oggi, un’accozzaglia di stati in perenne lotta tra di loro e che spesso comunicano più per insulti e clichés. I britannici hanno deciso di andarsene per conto loro e, anziché rilanciare le istituzioni comunitarie dalle fondamenta, Bruxelles si è chiusa a riccio come l’ultimo dei giapponesi contro ogni critica interna. Nella gestione della pandemia ha fatto decisamente meglio della crisi finanziaria del 2008-’09, ma semplicemente perché peggio o uguale sarebbe stato impossibile e ne avrebbe decretato la morte immediata per suicidio.

Lo chiamano capitalismo, ma siamo entrati nell’era del socialismo finanziario

Il fattore Cina

La verità è che l’Occidente ha vinto la Guerra Fredda contro l'”impero del male” – quella Unione Sovietica che tenne nell’arretratezza e nella privazione della libertà l’Europa dell’Est per mezzo secolo – ma dopodiché ha creduto che il trionfo fosse definitivo.

Non si è accorto che negli ultimi due decenni, in particolare, sia sorto un altro impero, anch’esso di stampo comunista, ma che sfrutta i vantaggi del capitalismo per mettere radici nel mondo in maniera molto più furba e lungimirante di quanto fece Mosca. Anzi, ha aiutato a innescarne il boom con l’ingresso nel WTO a inizio millennio. La Cina è diventata la manifattura mondiale, creando posti di lavoro per la propria manodopera e sottraendoli ad Europa e Nord America. In teoria, la globalizzazione avrebbe dovuto avvantaggiare tutti. E, per un certo verso, così è stato. La tecnologia avanzata ci rende oggi la vita molto più semplice e comoda di qualche decennio fa, creando al contempo lavoro e opportunità di crescita per tutti.

Capitalismo in salsa cinese: così Pechino ha fermato l’IPO più grande di sempre al mondo

Ma la concorrenza cinese non è mai stata leale, trattandosi di un capitalismo di stato, in cui il governo orchestra i grandi investimenti e le produzioni, influenzando i prezzi mondiali attraverso le esportazioni, spesso frutto di vero e proprio “dumping”. Questa asimmetria tra il gigante asiatico e l’Occidente “rules-based” ha creato evidenti distorsioni a favore del primo, relegando ai margini fasce crescenti della popolazione europea e nordamericana, che non riescono ad accedere appieno ai benefici della globalizzazione. Ne sta conseguendo un disordine sociale, che si traduce in instabilità politica e nella sfiducia sempre più elevata verso le istituzioni. Queste ultime vengono percepite ovunque (o quasi) corrotte, incapaci di generare benessere per i più, in mano alle lobby e con obiettivi che non coinciderebbero con l’interesse dei cittadini.

I “gilet gialli” che hanno messo a soqquadro Parigi per diversi mesi non sono stati altro che un assaggio di quello accaduto ieri a Washington. Se solo la gendarmeria glielo avesse permesso, avrebbero probabilmente distrutto l’Eliseo al grido di “Macron, dimettiti”. In Italia, dove neppure la protesta riesce ad essere mai ben organizzata, anni fa accadeva qualcosa di simile con i cosiddetti “forconi”. La sacralità delle istituzioni non è più considerata tale. Il disagio sociale sta polarizzando le società, estremizzando i ragionamenti e minacciando i sistemi liberal-democratici, almeno così come li conosciamo ad oggi.

Solo quando e se i governi capiranno, prima che il punto di non ritorno venga raggiunto, che il dossier globalizzazione vada gestito diversamente e che la Cina non possa attualmente essere considerato un partner commerciale credibile, questo circolo vizioso si spezzerà. Fino ad allora, Capitol Hill non rimarrà un fenomeno isolato. Anzi, rischia di fare scuola.

[email protected] 

 

Argomenti: ,