Capitalismo in salsa cinese: così Pechino ha fermato l’IPO più grande di sempre al mondo

Quotazione rinviata o forse bloccata indefinitamente. Pechino ferma l'operazione storica di Ant Group a un passo dal debutto.

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IPO Ant Group sospesa

E’ stato uno choc, non c’è altro modo di dirlo. L’IPO più grande della storia per il momento non s’ha da fare. Le autorità cinesi hanno bloccato la doppia quotazione alla Borsa di Shanghai e a quella di Hong Kong di Ant Group, il gruppo a capo di Alipay, colosso dei pagamenti digitali con 730 milioni di clienti mensili. Lo stop è arrivato a pochi giorni dal debutto, che avrebbe fatto incassare alla società 34,5 miliardi di dollari, superando il precedente record della saudita Aramco del 2019 di 29,5 miliardi. In fase di collocamento delle azioni, gli ordini hanno raggiunto la cifra monstre di 2.800 miliardi.

Secondo le autorità della Borsa di Shanghai, alcuni “temi rilevanti” hanno fatto venire meno le condizioni per la quotazione. L’annuncio è arrivato a distanza di qualche giorno dalla convocazione di Jack Ma e alcuni dirigenti di Ant negli uffici della banca centrale e del governo di Pechino. Ma è il fondatore di Alibaba, colosso cinese delle vendite online e che detiene un terzo del capitale in Ant. Non a caso, ieri il titolo ha perso l’8%, pari a 68 miliardi di minore capitalizzazione in borsa.

Lo chiamano capitalismo, ma siamo entrati nell’era del socialismo finanziario

Quali sono questi requisiti mancanti? Essenzialmente, capitale basso per le attività di erogazione dei mini-prestiti e assenza di licenza per operare su scala nazionale. In pratica, il governo e le autorità finanziarie vorrebbero sottoporre Ant allo stesso trattamento riservato alle banche, volendo porre un freno al dilagare delle erogazioni di credito all’infuori del sistema bancario tradizionale. Fatto sta che Ant rappresenta una realtà fintech all’avanguardia nel mondo e sembra incredibile che Pechino voglia stopparne il debutto in borsa. In realtà, il rinvio avrebbe a che vedere con alcune dichiarazioni di Ma. Il manager, tra gli uomini più ricchi al mondo, alla fine di ottobre aveva stigmatizzato pubblicamente la regolamentazione finanziaria cinese, sostenendo che essa soffocherebbe l’innovazione e invocando “nuovi metodi” per svecchiare quelli attuali, ancorati al passato.

A Pechino comanda il regime

Lo stop sarebbe conseguenza dell’irritazione che queste parole avrebbero suscitato negli ambienti governativi. La Cina resta un impero comunista votato al capitalismo per espandere il proprio dominio nel mondo, ma al suo interno non accetta il minimo dissenso e, soprattutto, non tollera che un magnate si permetta di schernire il potere o di criticarlo in pubblico. Il governo avrebbe deciso, cioè, di impartire una lezione a Ma, facendogli capire chi comanda e nelle mani di chi è il destino finanche del più ricco cinese.

Per il resto, Ant sconta le crescenti preoccupazioni sul potere crescente che stanno assumendo numerose realtà extra-bancarie nel settore creditizio. Pechino ritiene di dover riporre maggiori attenzioni alle società “too big to fail”, che presentano rischi sistemici per le loro enormi dimensioni. E Ma aveva lamentato proprio queste eccessive attenzioni verso il rischio sistemico, chiedendo che si crei un “sistema finanziario salutare”. Non parliamo di un fenomeno solo cinese. Un po’ in tutto il mondo le banche centrali e i governi guardano con diffidenza e timore le realtà del fintech concorrenti alle banche e sfuggenti perlopiù al loro controllo. E’ innegabile, però, che il caso cinese ci metta per l’ennesima volta in breve tempo dinnanzi a un dato di fatto innegabile: Pechino non è un libero mercato e neppure lo persegue. Si tratta di un capitalismo etero-diretto dallo stato, per ciò stesso non facilmente inquadrabile negli schemi occidentali e che nei fatti finisce per alimentare una concorrenza sleale con le imprese di Europa e America, in particolare.

Il tema è quanto mai di attualità, con le elezioni presidenziali americane a non avere ancora esitato un vincitore chiaro tra Donald Trump e Joe Biden.

I due hanno una visione molto diversa su come confrontarsi con la Cina, la quale non a caso auspica di avere a che fare per i prossimi quattro anni con il candidato democratico, anziché continuare a confrontarsi con l’attuale presidente della “guerra” commerciale con il Dragone asiatico.

 

 

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