La soluzione per tagliare il debito pubblico italiano arriva tardi e non sarà di facile attuazione

Il presidente di Intesa Sanpaolo, Giovanni Bazoli, ha sposato una vecchia idea dell'ex ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, per abbattere il debito pubblico italiano. Al di là della bontà, resta una soluzione improbabile.

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Il presidente di Intesa Sanpaolo, Giovanni Bazoli, ha sposato una vecchia idea dell'ex ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, per abbattere il debito pubblico italiano. Al di là della bontà, resta una soluzione improbabile.

Pur essendo tutti impegnati con la nostra mente su come superare l’emergenza Coronavirus, cercando di portare per prima cosa a casa la pelle, bisogna iniziare a ragionare seriamente e una volta per tutte sul dopo, sul come metterci alle spalle un’Italia in modalità accattonaggio in Europa. L’unica soluzione possibile consisterà nel tagliare il debito pubblico italiano, velocemente e in misura consistente. Perché è vero che i rapporti debito/pil schizzeranno in tutta l’Eurozona, ma il nostro continuerebbe a rimanere il secondo più alto del continente dopo la Grecia. Il presidente di Intesa Sanpaolo, Giovanni Bazoli, intervistato nei giorni scorsi dal Corriere della Sera, ha sposato un’idea vecchia e cara all’ex ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ossia quella di abbattere il nostro debito ricorrendo alla vendita del nutrito patrimonio immobiliare pubblico non utilizzato per l’erogazione dei servizi e nemmeno per ospitare sedi istituzionali.

Ecco le tre strade per tagliare il debito pubblico italiano con l’accetta. E tutte hanno un costo

Trattasi di un valore stimato in 400-450 miliardi di euro, tanti soldi che entrerebbero nelle casse del Tesoro e gli consentirebbero di rinunciare per almeno un anno abbondante ad emettere titoli di stato, potendo abbatterne la quantità in circolazione. Lo schema sarebbe il seguente: tutti gli immobili dismessi e perlopiù ormai trasferiti in capo agli enti locali verrebbero fatti convogliare in un grande maxi-fondo nazionale, il quale si quoterebbe in borsa e cercherebbe di valorizzare gli assets, ricavandone valore. L’operazione avverrebbe per buona parte, se non in toto, attraverso uno scambio tra BTp e azioni (“debt for equity swaps”). In altre parole, gli attuali creditori dello stato si trasformerebbero in azionisti di una quota rilevante del suo patrimonio immobiliare.

Perché questa soluzione, per quanto auspicabile, non convince? Se ne parla dagli inizi del millennio e se non ne siamo venuti a capo, una ragione ci sarà. E questa ragione si chiama burocrazia da un lato e difficoltà a valorizzare immobili poco appetibili al mercato dall’altro. Qualche anno fa, anche il ministro dell’Economia di allora, Pier Carlo Padoan, dovette ammettere che solo una quota dei 400 miliardi di euro sarebbe composta da immobili non bisognosi di interventi di ristrutturazione. Per il resto, dichiarò, lo stato prima di vendere dovrebbe spendere. In altri termini, se una parte consistente di questo fondo fosse costituita da assets su cui servirebbero miliardi da spendere per poterli utilizzare sul mercato come immobili da locare, vendere o per svolgervi attività lucrative, i privati pretenderebbero di scontare tali spese dal prezzo di vendita da parte dello stato.

Ridurremmo il debito pubblico a sufficienza?

Secondariamente, ve lo immaginate lo stato italiano a trovare in quattro e quattr’otto il modo per inserire con procedura urgente decine di migliaia di immobili nell’elenco dei beni alienabili al fondo? Ci sarebbero anni di ricorsi giudiziari da parte di comuni, ex province e regioni contro il governo centrale, con la conseguenza che nessuno comprerebbe qualcosa di incerto nell’ammontare e nel valore. E se non siamo stati in grado di attivare la produzione di mascherine per proteggersi dal Coronavirus in poche settimane, pensate che siamo credibili nell’attuare un simile piano di portata epocale?

Infine, chiediamoci se ciò ci servirebbe effettivamente per cambiare pelle, per trasformarci finalmente in uno stato percepito sui mercati e all’estero come ordinato e trattato alla pari di grandi competitor come Germania e Francia. La risposta, purtroppo, sarebbe negativa. Quando Tremonti iniziò a teorizzare questo piano, lo stock di debito pubblico italiano ammontava a circa 1.400-1500 miliardi, all’incirca il 100% del pil. Allora, se fossimo riusciti ad implementarlo, i 4-450 miliardi di stock immobiliare avrebbero abbattuto il rapporto debito/pil intorno al 70-80% e la percezione dell’Italia sì che sarebbe cambiata in meglio, con effetti immediati sui rendimenti sovrani.

Oggi, invece, il debito punta verso 2.600 miliardi entro fine anno, per cui l’incidenza del fondo immobiliare, quand’anche si riuscisse a farlo decollare, sarebbe nettamente inferiore. Il rapporto debito/pil scenderebbe al 130-140%, insomma non a livelli considerati sostenibili, con benefici sui mercati probabilmente risibili.

E se il debito pubblico italiano iniziasse a circolare come moneta parallela?

Questo ci serva per capire che il debito pubblico italiano lo si abbatte con un cocktail micidiale, composto da un’azione straordinaria come quella indicata da Bazoli, ma anche con una politica fiscale costantemente ordinata, una governance appropriata e una prospettiva di crescita dell’economia italiana che non può essere quella degli ultimi due decenni. E questi risultati non si raggiungeranno, in ogni caso, nel giro di qualche mese, nemmeno di qualche anno, ma attraverso un calendario di riforme con effetti negli anni e che non venga azzerato o ridiscusso a ogni appuntamento elettorale. All’Italia manca la maturità di una democrazia occidentale, oltre che un’unità d’intenti e istituzioni efficienti. Quel che risulta più devastante è percepire come sia entrato quasi nel nostro dna l’idea di accattonaggio in Europa per chiedere dalle mascherine a soluzioni magiche per consentirci di indebitarci. Senza una presa di coscienza dal basso sul fatto che il debito sia un male non ci sarà soluzione per arrestare il nostro declino.

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