La ‘guerra’ USA-Cina passa per Huawei, TikTok e Premier League

Forti tensioni USA-Cina, con ritorsioni reciproche che coinvolgono i colossi del business. E TikTok in America starebbe per essere bannato.

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Forti tensioni USA-Cina, con ritorsioni reciproche che coinvolgono i colossi del business. E TikTok in America starebbe per essere bannato.

La tensione tra USA e Cina sale di giorno in giorno e raggiunge vette allarmanti. L’ultima notizia in tal senso è arrivata da Washington, dove il governo americano ha intimato a Pechino di chiudere il consolato a Houston. Per tutta risposta, il governo cinese sta chiudendo alcune realtà diplomatiche americane sul suo territorio. A giorni, la popolare app di video-sharing TikTok rischia di essere messa al bando negli USA, dove un’agenzia per la sicurezza nazionale ha riscontrato criticità nella gestione dei dati degli utenti, apparentemente condivisi con le autorità cinesi.

TikTok, il social che spaventa gli USA e non solo, privacy a rischio?

TikTok è diventata molto diffusa nel mondo negli ultimi mesi, salendo al secondo posto dopo Facebook per numero di minuti trascorsi nel mese di marzo in media dall’utente: ben 476. Consente di caricare e visualizzare video brevi, della durata massima di 15-60 secondi. Molti teenager la usano per riprendersi mentre ballano o cantano. Fatto sta che nel mondo vi si sono registrati in 800 milioni, di cui 150 negli USA. E sono 2 miliardi i video scaricati.

L’India ha già messo al bando questa app e a trarne vantaggio è stata Triller, una società concorrente, che in un solo giorno ha visto crescere il numero degli utenti di 40 milioni. TikTok è controllata dalla cinese ByteDance, il cui capitale è parzialmente in mano ad alcuni investitori americani, i quali adesso stanno cercando di correre ai ripari, trattando con le autorità USA per acquisire la maggioranza della società, così da evitare il ban.

Il colpo grosso su Huawei

Quali dati sensibili potrebbero essere condivisi con il governo americano, trattandosi di un’app perlopiù usata da ragazzini? Poco importa, perché l’amministrazione Trump ritiene che sia un cavallo di Troia per insinuarsi sul mercato americano a spese dei concorrenti tramite il furto dei dati.

A giugno, migliaia di utenti usarono questa applicazione per registrarsi gratuitamente al primo comizio per la rielezione del presidente, salvo non presentarsi allo stadio di Tulsa, in Oklahoma, lasciando molti posti a sedere vuoti e provocando un grave danno d’immagine alla Casa Bianca, tant’è che i quotidiani parlarono di flop della manifestazione.

Probabile che dietro al sabotaggio non ci sia stata alcuna mano cinese, ma certo è che agli occhi del governo americano quanto accaduto ha accresciuto i dubbi sul social. Non è il primo gigante cinese, tuttavia, che finisce nel mirino di Donald Trump, il quale sta cercando di impedire a Huawei l’accesso all’infrastruttura del 5G per ragioni di sicurezza nazionale, al contempo premendo sull’Europa per ottenere un simile embargo. E già ha trovato orecchie attente nel Regno Unito, dove l’esclusione per legge è arrivata nei giorni scorsi. La reazione di Pechino non si è fatta attendere nemmeno stavolta, con la TV di stato cinese che ha oscurato le partite della Premier League.

Siamo solo agli inizi

Il calcio inglese non dipende dai diritti televisivi in Cina, ma punta su questo mercato per le immense prospettive di crescita ed è evidente che l’avvertimento lanciato dal presidente Xi Jinping a Londra sia stato tutt’altro che secondario: l’economia britannica post-Brexit verrebbe colpita al cuore se Downing Street continuasse a fare il compare di Washington, usando “parole e toni sbagliati”. E dalle ritorsioni non sfuggirebbero nemmeno i colossi tech americani, a partire da Apple, che oltre a fatturare in Cina circa un sesto del totale, ha qui diversi stabilimenti per la produzione, la cui chiusura durante i “lockdown” ha inferto un duro colpo nei mesi scorsi, così come alla gran parte delle multinazionali USA.

Siamo solo all’inizio di una “guerra” diplomatica, commerciale e con conseguenze dirimenti sulla globalizzazione come l’abbiamo sin qui conosciuta negli ultimi 20-30 anni.

Trump punta al “reshoring”, un processo di relocalizzazione delle imprese nelle aree di provenienza, non necessariamente nei paesi di origine. L’obiettivo sarebbe la suddivisione del mondo in macro-regioni economiche omogenee e tali da contenere la concorrenza tra aziende e stati in condizioni macro e legislative abbastanza simili. La Cina vede un tale scenario come un’enorme minaccia alla propria superpotenza, essendo assurta a seconda economia mondiale proprio grazie alla concorrenza spietata verso qualsivoglia realtà e ignorando le regole del gioco, pur facendo parte del WTO.

Il Coronavirus è la tempesta perfetta che mette fine alla globalizzazione?

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